Severinovo era una città molto accogliente.
Punto di snodo dei commerci delle zone altrimenti remotissime dell’oblast’, Severinovo vantava da secoli la fama di porto sicuro per il viandante intirizzito dalle bufere di neve e dai venti del nord e dell’est, con le guance scolpite dagli stenti tra le secche sabbie del sud, o la pelle indurita del lupo di mare sbarcato da ovest.
Era un paese rivoluzionario, Severinovo, il più rivoluzionario dell’oblast’, dichiaravano i suoi ligi abitanti, e soprattutto, un paese pulito, ordinato, accogliente, in cui chiunque volesse, durante i consigli di quartiere, sottoporre un problema, veniva prontamente zittito: perché a Severinovo, è chiaro, di problemi non ce n’erano, e se c’erano, era sicuramente colpa dell’amministrazione della vecchia guardia, conservativa, reazionaria, avulsa dalle mode del momento e soprattutto sorda al bisogno della cittadinanza di divertimenti gratuiti.
Sidonea Danilovna era vissuta troppo a lungo nell’emigrazione per capire Severinovo, e Severinovo era diventata troppo rivoluzionaria e avanguardista per capire lei. Apparteneva, Sidonea Danilovna, a quella generazione di giovani che avevano fatto in tempo a confinarsi in un esilio volontario prima che cominciasse la rivoluzione, quando ci si poteva ancora davvero lamentare che tutto andava male, e che si era persa quindi il più bello del nuovo mondo che quelli che erano rimasti avevano cominciato a creare. E come molti politicamente indecisi e opportunisti come lei, Sidonea Danilovna non si era accontentata di lavorare all’estero, perché almeno la famiglia potesse conservare di lei un’immagine decorosa raccontando alla gente del paese che era fuori per lavoro, non per altro. Sidonea Danilovna all’estero ci si era praticamente fatta una vita, con tanto di marito, di prole e di seconda cittadinanza. Che sarebbe stato ancora tollerabile se si fosse trattato di un paese come la grande Russia, in cui, in una ridente vallata tra monti spuntati chissà come in mezzo alla steppa, si distendeva la ridente Severinovo, ma la compagna Danilovna aveva macchiato il nome della sua stirpe tradendo la patria con un paese notoriamente sospetto e nefasto come l’Italia.
E come se non bastasse, Sidonea Danilovna aveva cominciato, dopo un primo tempo di timori e incertezze, a usare le gazzette di quartiere ai propri scopi personali, come se non si rendesse assolutamente conto del disagio che portava tra la serena popolazione di Severinovo, e soprattutto con la totale ignoranza dell’importanza del bene comune a discapito degli interessi personali. Era passata che avesse voluto a tutti i costi convincere (e che ci fosse riuscita!) l’anagrafe del comune che la sua prole, in quanto prole di una cittadina russa, fosse cittadina russa essa stessa. Era passata che avesse cercato di convincere la commissione vaccinale di aver partorito i propri figli naturalmente e di non averli adottati, cosa che sarebbe stata chiara a qualsiasi abitante di Severinovo, in quanto nessun abitante di Severinovo ha mai partorito all’estero e, di conseguenza, il fatto deve essere fisicamente impossibile. Era anche passata che avesse convinto l’ufficiale delle nascite e delle morti dell’impossibilità, per il suo consorte, di avere un patronimico come il resto dei Severinoviani. Ma adesso la situazione cominciava a rasentare l’assurdo.
Sidonea Danilovna aveva pubblicato un annuncio sulla gazzetta di quartiere in cui cercava altre famiglie italofone sul territorio della ridente città. E giustamente, nell’anonimato e con una evidente dose di errori di grammatica a tradire la provenienza straniera, alcuni abitanti dell’accogliente paese si erano precipitati ad accusarla di voler portare in Russia il fascismo, il neofascismo, la mafia, la pizza e i mandolini. Altri si erano scusati, altri ancora avevano incalzato alle risposte acide e spazientite di Sidonea Danilovna quanto male fosse che lei si atteggiasse così impropriamente nei confronti di un paese tanto accogliente da aver aperto le porte anche a lei, che sputava nel piatto in cui mangiava.
Severinovo era così rivoluzionaria e avanguardista che a buona parte dei suoi abitanti sfuggiva la possibilità che alcuni dei migranti che si vantava di accogliere fossero proprio abitanti di Severinovo che una volta, prima della rivoluzione, avevano lottato per creare qualcosa di bello nella città.
E Sidonea Danilovna era una di quelle compagne dimenticate che una volta aveva provato a creare una compagnia teatrale della città, compagnia che non aveva mai realmente spiccato il volo e i cui componenti erano tutti andati via per lasciare il posto, a Severinovo, a coloro che sarebbero stati accolti davvero.
Sedeva, Sidonea Danilovna, e non sapeva se sentirsi a disagio, triste o arrabbiata per il fatto che la conoscenza e l’uso della lingua italiana nella sua famiglia fosse oggetto di scherno, quando non era oggetto di esagerato e malposto interesse da parte di una esigua categoria di fanatici fascisti senza vergogna.
Avrebbe voluto, Sidonea Danilovna, e si era battuta per questo per diversi anni prima di buttare la spugna, che la lingua italiana fosse una lingua come un’altra e l’Italia un paese come un altro nel quale vivono esseri umani come in qualsiasi altro posto, ma era chiaro che questo non sarebbe avvenuto a Severinovo, bastione dell’accoglienza vera, che è l’accoglienza dei giusti e preferibilmente patinati.
