Il funerale di Lev Mikhailovich – parte 2 (pomìnki)

Il ristorante aveva l’insegna viola, le porte rosa, l’arredamento in diverse tonalità di barbie. Su un’insegna posta nel disimpegno, tra le due porte di ingresso che aiutano ad isolare il calore interno dal freddo in strada, si leggeva: “Matrimoni, feste di compleanno, feste corporative, veglie funebri.” Che in russo si chiamano pomìnki e si fanno il giorno dei funerali, il nono e il quarantesimo dopo … Continue reading Il funerale di Lev Mikhailovich – parte 2 (pomìnki)

Il funerale di Lev Mikhailovich – parte 1

Lev Mikhailovich morì da solo nel suo appartamento che puzzava di piscio di gatto e che, dopo che il suo cadavere se ne fu andato, smise di puzzare, anche se il gatto era ancora lì, con le guance gonfie per l’edema e l’occhio deformato da una zuffa, a riscaldare il letto del padrone. Lo trovò il figlio, quando andò a trovarlo dopo il lavoro. Lev … Continue reading Il funerale di Lev Mikhailovich – parte 1

Natasha consiglia ancora

La Natasha di questo racconto non si chiama Natasha, ma Irina. Irina è un’amica russa che è venuta a trovarmi in Italia, ma solo quando è arrivata in Italia ho capito quanto è russa.

Irina ha dolci occhi azzurri, il fisico da yogi e lunghi capelli ricci. Nessuno si accorge nemmeno che è russa, ma lo è. Molto.

Per esempio, una sera, dopo la festa del paese, torniamo a casa a mezzanotte, distrutte. Io mi metto sdravaccata sul divano a contemplare Alberto Angela o chiunque faccia le sue veci a quell’ora, e lei esce dalla stanza in vestaglietta, proponendo: “Ci facciamo la maschera insieme?” Continue reading “Natasha consiglia ancora”

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Sulla Tverskaja (nel 2012)

Primo giorno di lavoro, terzo a Mosca. Esco e decido: oggi vado in un posto. Chiedo a una collega: “Dove posso andare?” Lei mi dice: “Esci, gira a destra, trovi una strada grande. Si chiama Tverskaja. Vai sempre dritto e arrivi alla Piazza Rossa.” “E’ vicino?” le chiedo. “Sì,” mi risponde, “un’oretta, tipo.”

Lavoro a Belorusskaja e sulla linea verde da qui alla Piazza Rossa sono tre fermate, ma io non lo so ancora. Mi metto e vado.
Cammino, cammino, tutto intorno a me è grande e rumoroso, non si può attraversare la strada senza sottopassaggio perché la strada in realtà è una specie di autostrada che passa tra i negozi con le insegne ammucchiate le une sulle altre, le macchine sfrecciano tanto veloce che il mio obiettivo cattura solo delle strisce luminose di colore sul grigio antracite dell’asfalto.

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Il Baikal di Boris

“Ai miei vecchietti diabetici io i dolci li compro qui,” Olga mi indica un banco al centro commerciale a Irkutsk. Prendiamo i pasticcini che servono sempre con il tè a casa loro, ripieni di frutti di caprifoglio… Avete mai mangiato i frutti del caprifoglio? Non lo fate, è pericoloso! La verità è che ho appena controllato come si traduce in italiano zhimolost’, quel frutto delizioso, blu uva, che mettono nella pasticceria da tè: ho scoperto che il caprifoglio è il nome comune di un genere di arbusti chiamato lonicera, che comprende ben 200 specie, di cui solo alcune commestibili. Zhimolost’ deve essere una di quelle. Insomma, non fatemi passare un guaio… Io non vi ho detto che potete mangiare i frutti del caprifoglio. Se andate a Irkutsk, però, fate pure. Quanto a frutta, fanno concorrenza ai paesi tropicali. Continue reading “Il Baikal di Boris”

Natasha consiglia

Natasha ha quarant’anni, ma ne dimostra cinquanta. È grassa, odora di sale e porta i capelli ossigenati raccolti in un codino. Non so se riesce a guardarsi i piedi da vicino, ma quando mette lo smalto sulle unghie suo marito la guarda e le dice: “Mio dio, sei così sexy.” Glielo dice anche quando lei è seduta in macchina accanto a lui, avvolta da un paio di metri di cintura di sicurezza, o mentre è ai fornelli e, di spalle, mostra il suo immenso, rotondo, vibrante sedere. Natasha allora gli risponde: “Ma tu non stai bene, ma mi hai vista? Ma fatti curare.”

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La conferenza di Yalta. 3- Obruset', diventare russi

Il secondo e il terzo giorno dell’avventura in Crimea i peripatetici eravamo tre: una donna in cerca di se stessa perché sospettava di essersi spezzettata durante i suoi viaggi (io), un giovane folle e avventuroso con un solo zainetto che si era fatto 24 ore di autobus per arrivare in Crimea senza nessun programma (Boris), una donna altrettanto entusiasta e spregiudicata che si era trasferita in Crimea appena dopo il referendum e si era sposata con il suo couchsurfer (Rada).

Gli argomenti del simposio sono tanti, ma uno fa da filo rosso: come si fa a essere sé stessi, se si cambia? Si può non cambiare e rimanere sé stessi? Si può smettere di essere sé stessi, cambiando?

Una sega mentale assurda.

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La conferenza di Yalta. 2- La nuova vita di Rada

Rada ha un nome che mi piace molto: in russo rada significa “contenta”. Lei è la couchsurfer che ha accettato di ospitarmi a Yalta per tre giorni e che, con molta pazienza, è rimasta in contatto con me durante i miei cambiamenti di programma.

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Io e Rada al castello Lastočkinoe Gnezdò (Nido di Rondine)

Sul sito del Couchsurfing Rada condivide il profilo con il marito Dima, e sono molto popolari: hanno centinaia di commenti positivi e ospitano continuamente, tutto l’anno. Rada organizza anche un club dei viaggiatori, a Yalta, in cui invita degli ospiti a raccontare alla comunità permanente e temporanea dei viaggiatori le loro avventure. Il Couchsurfing, per Rada e Dima, è una missione, ed è cominciato tutto con la loro unione: perché Rada e Dima sono stati uniti dal Couchsurfing.

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La conferenza di Yalta. 1- Lo strapiombo.

In un mondo in cui si rimane intrappolati nelle convenzioni e nella routine, i pazzi si ritrovano sempre.

Io, per esempio, ordino il cappuccino dopo la pizza, se non addirittura durante, e quando torno a casa la sera metto gli avanzi tutti nello stesso piatto: in un angolo la pasta, in un angolo la carne, in un angolo l’insalata. Mia zia mi guarda esterrefatta ed esclama a mia madre: “Ma sta criatura s’è scurdata tutt cos! Magn comm’e’stranier!” (“Questa bambina ha dimenticato tutto! Mangia come gli stranieri!”). La mia fedeltà alla patria si nota ancora, certo, in piccole cose, come il mio rifiuto di lasciare che gli ospiti spremano maionese e ketchup sulla pasta e fagioli.

Sebastopoli

Quindi io ero sulle montagne russe dei miei ormoni scioccati dall’apparente instabilità della mia vita, e dovevo fare qualcosa per non rimanere a fissare il soffitto durante le vacanze di maggio: ho prenotato senza badare a spese un biglietto per la Crimea, ho cercato altri couchsurfer che mi ospitassero. Il mio piano era: arrivare a Simferopoli, da Simferopoli prendere la filovia fino a Yalta, rimanere a Yalta per tre giorni in grazia di Dio facendo l’eremita sulla spiaggia per ritrovare me stessa. Nelle conchiglie, sul fondo del tubetto di protezione solare vuoto, insieme ai sassolini che ti si infilano nelle mutande, non lo so.

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