La prima neve ad Astrakhan (2017)

Lì per lì non l’ho capito che ad Astrakhan durante la notte aveva accennato a nevicare. Non potevo neanche supporlo, perché il giorno prima c’era stata una giornata d’autunno nella media: freddina, con qualche rovescio, ma niente di più. In studentato avevano già acceso il riscaldamento centralizzato che rendeva indistintamente afoso qualunque ambiente, per fortuna, e così mi era bastato prendere una felpa leggera dall’armadio per tornare a dormire. Era una domenica, motivo per cui tutte le persone che conoscevo erano ancora in studentato quando mi sono alzata. Molte di loro, anzi, erano già alle prese con i turni per la lavatrice. Ce n’erano in tutto tre distribuite su cinque piani, ma una spesso era rotta e per l’altra si creavano code infinite, così il più delle volte il mio gruppo finiva per riunirsi al quinto piano, quello in cui abitavo io.

Ho raggiunto gli altri nel cucinino dove erano costipati lavatrice, microonde e bollitore, e mentre aspettavamo che sul foglio del giorno venisse spuntato il nome sopra il nostro per infilare i vestiti nella lavabiancheria abbiamo fatto colazione. C’era un tavolo mangiato dal tempo e qualche sedia traballante che ancora non si era spaccata in tre pezzi come quella del quarto piano, così abbiamo preso posto e io sono capitata con il viso rivolto al corridoio. Mentre si chiacchierava del più e del meno, una delle mie amiche ha sgranato gli occhi e ha esclamato a bassa voce, guardando oltre le mie spalle: Nevica! In un paio di minuti, finestre spalancate e lavatrice abbandonata a sé stessa, la stanza si è riempita di gente. Il gruppetto di iraniane, un paio di turkmene, noi italiani e qualche ragazzo dell’Africa subsahariana, tutti a scattare smaniosamente fotografie e a meravigliarci di quanto in fretta si stesse depositando la neve sopra il suolo. Nel giro di un quarto d’ora si è imbiancato l’intero campus universitario, giusto il tempo di tornare con la mente ciascuno ai nostri impegni quotidiani e di non perdere il tanto sofferto turno per i panni.

Di quel 26 novembre ho un ricordo molto nitido per diverse ragioni. In primis, perché è stato da allora che sono apparsi degli strumenti di alta tecnologia in prossimità dei tombini nell’area universitaria, costituiti da una bacinella con dentro dei bastoncini di legno a cui era stata incollata una spugna abrasiva per i piatti. Bastava strofinarsela sopra e sotto le scarpe e assecondare la fontanella d’acqua che fuoriusciva costantemente dal tombino per ripulirsi le suole dalla neve o da altre sporcizie urbane prima di entrare negli edifici, secondo una logica dell’igiene assurda, ma incontestabile. In secundis, perché ai lavatoi manuali si sono aggiunti i bachìly, dei soprascarpe di plastica usa e getta che è diventato d’un tratto obbligatorio indossare prima di accedere agli edifici pubblici, per evitare di sporcarne di continuo i pavimenti. Un’idea ammirevole, se non fosse che la regola venisse applicata solo all’ingresso centrale di ogni stabile e non in quelle secondarie, rendendo inutile tanta severità. Se una fetta di persone era costretta passare da un qualche negozio di produkty e a comprarli a a quattro rubli al paio di gran corsa prima di oltrepassare qualsiasi ingresso, insomma, gli altri intanto sporcavano qualsiasi altra area delle strutture indisturbati, mentre i cestini trasbordavano di altrettanti bachìly usati e di fatto inutili.

In tertiis, perché non ero ancora mai uscita di casa né salita in maršrutka con condizioni meteorologiche tanto avverse. Durante la nevicata, infatti, si erano affrettati a cospargere di sale le strade principali e a spostare la neve ai lati della carreggiata, ma quella cadeva imperterrita, cosicché perfino camminare a piedi risultava difficoltoso (la rete viaria di Astrachan non è quella della capitale, d’altronde), figuriamoci spostarsi in una certa sottospecie di camionette da quindici posti. Man mano che attraversavo l’arteria alberata del Leninskij rajon, il quartiere Lenin, i cui tronchi erano già stati dipinti di bianco fin dai primi di ottobre, mi sono guardata attorno e ho notato che alcune delle izba diroccate ai margini della strada per via delle quali di solito il cuore mi rimpiccioliva di diametro, erano ora quasi magiche, ammantate in quel modo a tratti fiabesco. Certo, dall’altro lato, i cassonetti che circondavano le residenze studentesche la sporcizia e che erano stati assaltati da gatti e piccioni rendevano l’atmosfera meno poetica, alla pari di altri dettagli urbani sparpagliati qua e là, e tuttavia a essermi rimasto impresso è stato un momento di particolare bellezza urbana.

Era scesa la sera, le luci dei lampioni erano già illuminate e nel frattempo stava ancora nevicando: tornavo verso casa con un’amica e, intorno a noi, i fiocchi ci sembravano ballare sospesi nel vuoto, in un gioco di luci e ombre da mozzare il fiato. Di quella scena non ho nemmeno uno scatto, forse ho rinunciato in partenza a immortalarne qualcuno per via delle mani infreddolite e della voglia che avevamo io e la mia amica di rincasare, eppure è probabilmente il primo ricordo che mi viene in mente quando ripenso al primo giorno di inverno che ho vissuto in Russia. Con ben quattro giorni in anticipo rispetto al calendario “ufficioso”, peraltro, ché per il russo medio la nuova stagione non comincia il 21 come da convenzione scientifica, bensì il primo giorno del mese corrispondente – strano ma vero, come tutto ciò che contraddistingue la Matuška Rossija e che di lei riesce a fare sorridere e commuovere allo stesso tempo.

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