Il funerale di Lev Mikhailovich – parte 2 (pomìnki)

Il ristorante aveva l’insegna viola, le porte rosa, l’arredamento in diverse tonalità di barbie. Su un’insegna posta nel disimpegno, tra le due porte di ingresso che aiutano ad isolare il calore interno dal freddo in strada, si leggeva: “Matrimoni, feste di compleanno, feste corporative, veglie funebri.” Che in russo si chiamano pomìnki e si fanno il giorno dei funerali, il nono e il quarantesimo dopo la morte del festeggiato.

Uno squadrone di camerieri mestamente sorridenti ci aiutò a toglierci i cappotti e ci mostrò i bagni e i guardaroba, poi la sala preparata per la nostra veglia. Qui le pareti erano rosa pesca, un colore più adatto all’evento, e i mobili di legno scuro. La tavola era imbandita come a Capodanno e in un angolo sorrideva Lev Mikhailovich, appoggiato su un tavolino in una foto con lo sfondo azzurro paradiso nella cornicetta d’argento, circondato da candele da tè. “Mangiate,” sembrava dire, “e bevete tutti!”

Il cameriere in una livrea modestamente bianca e nera mi comparve dietro la spalla destra chiedendomi se ne volevo un po’. “È… acqua?” chiesi. Il cameriere si mise a ridere. Arkadij gli fece segno di lasciar perdere e mi sussurrò: “È vodka, quale acqua…” Capii subito che Lev Mikhailovich, sul tavolino nell’angolo come un santino senza santità, voleva che ci ubriacassimo. Gli uomini non esitarono a tracannare i primi bicchierini accompagnandoli con brindisi eloquenti da un lato all’altro della tavolata: “In ricordo di Lev Mikhailovich, che amava molto il gatto Pasha!” “Ricordiamo insieme come Lev Mikhailovich ci ha aperto la porta quando eravamo in difficoltà!” “Alla salute di Lev Mikhailovich!” che non vorrei dire… ma è morto.

Comunque, sarei voluta intervenire anche io e proporre un brindisi con il mio bicchiere pieno di mors di frutti rossi, e ricordare quella volta che avevo conosciuto Lev Mikhailovich, proprio nello stesso cimitero, il giorno di Pasqua, e lui mi aveva insegnato che in russo “l’uomo è la testa e la donna è il collo”, ma mi parve troppo. Do già abbastanza nell’occhio così, un’italiana a un funerale russo, Tizio che ti domanda come sta la mafia, Caio che si interessa se ti piace questo funerale, Sempronio che dice che è molto male per il defunto che tu non provi la vodka. Non è il caso che mi metta anche a fare brindisi dettati dalla deformazione professionale del linguista e, come direbbero loro, pedagog. E poi io soffro di cervicale e ho due dischi schiacciati, e non sono l’unica in questa famiglia: che la dice lunga su quanto pesino le teste, da queste parti, e come si lascino indirizzare dai colli.

Anche se non bevevo alcolici, però, c’era da mangiare, ma stop! Non toccare l’insalata! Non è per sbaglio che accanto al piatto con dentro i tovaglioli ci sia un piattino con il dessert. Prima di iniziare il pranzo bisogna spiluccare un blin con sopra un cucchiaino di miele. Poi via libera alle insalate vinegret e olivier, alle zuppe, alla cameriera cicciotta che distribuisce pollo con le patate, vuoi due pel’meni?, hai provato i tramezzini con il salame?, prima o poi dovrai darmi la ricetta delle lasagne!

cucina russa - piatti tipici

Nel frattempo, di fronte a me è cominciata la zuffa. Due uomini, che sarebbero entrambi miei parenti acquisiti, anche se uno di loro non l’avevo mai visto finora, stanno per tirarsi i capelli sulle conseguenze della perestroika, ma, prima di procedere in questa battaglia di sumo all’ultimo lardo, abbassano per un attimo la voce e constatano che il resto della tavolata è abbastanza distratto da non giudicarli. Poi lanciano uno sguardo a Lev Mikhailovich che sorride, forse pensando che la smetana nella zuppa è la morte sua, e appuratisi che nemmeno a lui gliene frega molto, cominciano. Si chiamano Aleksej Viktorovich e Pavel Gennadjevich.

Aleksej Viktorovich è un nostalgico del comunismo, pensionato, ha lasciato la macchina rotta a rottamarsi per dieci anni vicino al marciapiede, sotto i cumuli di neve e di ghiaccio, non ha mai rinnovato la patente, la casa l’aveva ricevuta dallo Stato in quanto ingegnere in uno stabilimento missilistico, poi l’aveva privatizzata giusto in tempo, perché il nuovo Stato lo ricompensasse offrendo alla sua famiglia un appartamento in una zona chic al posto di quello vecchio, demolito per far passare una tangenziale. L’appartamento nella zona chic necessitava comunque di una ristrutturazione, ma Aleksej Viktorovich sospirava, a sessant’anni si diceva troppo vecchio, e senza pudore sorrideva: “Мне лень,” “Mi scoccio.”

A Pavel Gennadjevich il comunismo fa venire l’orticaria: lui pure ha sessant’anni ed è pensionato, ma lavora ancora per sviluppare la sua piccola catena di cliniche odontoiatriche che non ho capito bene con quali intrallazzi, macchinazioni, risparmi sudati e botte di culo ha messo in piedi tra gli anni ’90 e i 2000; le sue figlie hanno studiato negli Stati Uniti e gli stanno uscendo gli occhi dalle orbite.

Aleksej Viktorovich ha appena detto che si stava meglio quando si stava peggio, e Pavel Gennadjevich gli ha domandato cosa c’è di tanto brutto nel regime attuale, dato il brutto che già sappiamo che c’è. Aleksej Viktorovich ha detto che il regime di adesso fa schifo, si paga per tutto, si basa tutto sui soldi, la gente si impoverisce, il potere e il denaro sono in mano a pochi. Pavel Gennadjevich dice che sarà pure così, ma non è mica colpa dello Stato se Aleksej Viktorovich dopo la perestrojka è diventato un poveraccio… che forse non lo sapeva che l’inflazione era selvaggia, che le pensioni sarebbero state uno sputo? Che forse aveva intenzione di lasciare ai figli la pensione? Aleksej Viktorovich protesta, che lo Stato dovrebbe occuparsi di queste cose, che Pavel Gennadjevich chissà che intrallazzi ha messo su – e mi fa l’occhiolino – per stare così bene a spese degli altri. Pavel Gennadjevich diventa rubicondo: “A spese di chi? È grazie a gente come me che si è fatta il mazzo che questo paese va avanti!!! Lo sai quante tasse pago io? Tu!!! Tu le paghi le tasse??”

“Io le tasse non le pago,” spiffera Aleksej Viktorovich scrollando le spalle. “Non le pago, non le voglio pagare e non le pagherò.” Sono scioccata.

“Scusate… perché non le pagate? Voi dicevate che siete comunista, che lo Stato deve essere assistenzialista, che il cittadino… perché non le pagate?!”

“Sotto il regime comunista io facevo quello che mi dicevano. Adesso il regime mi fa schifo, e io disobbedisco.”

Pavel Gennadjevich cerca conferma nei miei occhi, si passa una mano in faccia, si morde l’altra: “Lo capisci che le tasse che non paghi tu le pago io? Lo capisci che gli sforzi che non fai tu li devono fare gli altri? Ti sei dimenticato di quando dovevi stare in fila gli anni interi per avere una macchina o un frigorifero, ti sei dimenticato la fila per la carne e per la frutta?

Mi dispiace per Lev Mikhailovich che sorride da solo in un angolo, tra le candele da tè, ma sono curiosa, quindi domando con un filo di voce: “Veramente, Aleksej Viktorovich, è mai possibile… che vi siete dimenticati?”

“Che ne sai tu?” sbotta Aleksej Viktorovich. “Con tutto il rispetto,” rispondo io, “l’ho letto sui libri, sono stata alle mostre fotografiche, ho visto i film…”

“Esagerano, esagerano tutto… è un complotto per farvi credere che si stava così male…” “No, no, Aleksej Viktorovich,” intervengo io, “non metto in dubbio che si stesse anche bene per certi aspetti, ma se la fila si faceva, si faceva, dire che io non lo posso sapere è quasi negazionismo…” “Ma quale fila? Quale fila?” – intanto Pavel Gennadjevich batte i pugni sul tavolo – “Si faceva la fila come la facevano tutti, non se ne faceva nemmeno così tanta… Forse che a te ti mancava qualcosa?” dice Aleksej Viktorovich a Pavel Gennadjevich.

Fu una lite senza fine, potete immaginare, a metà della quale io decisi di accettare un bicchiere di vino.

La festa era cominciata alle 15:00 e finì alle 20:00, dopo i primi due giri di vodka brindisi per il morto non se ne fecero più, forse perché non si sapeva che cosa ne pensasse lui delle conseguenze della perestrojka. Lev Mikhailovich continuava a sorridere sul tavolino con le candele da tè mentre i nipotini, arrivati apposta in ritardo con la mamma, gli correvano intorno giocando con dei palloncini colorati. La figlia di Lev Mikhailovich tirò fuori dalla sua borsa di Mary Poppins delle placche di carta stagnola e divise gli avanzi in porzioni per tutta la progenie genetica e acquisita del defunto. Mi toccarono una fetta di torta Napoléon, un paio di alette di pollo con le patate, una ciotola di olivier e un piatto di bliny con il miele.

“Tornate a trovarci,” mi disse una cameriera mentre me ne andavo.

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