Natasha consiglia ancora

La Natasha di questo racconto non si chiama Natasha, ma Irina. Irina è un’amica russa che è venuta a trovarmi in Italia, ma solo quando è arrivata in Italia ho capito quanto è russa.

Irina ha dolci occhi azzurri, il fisico da yogi e lunghi capelli ricci. Nessuno si accorge nemmeno che è russa, ma lo è. Molto.

Per esempio, una sera, dopo la festa del paese, torniamo a casa a mezzanotte, distrutte. Io mi metto sdravaccata sul divano a contemplare Alberto Angela o chiunque faccia le sue veci a quell’ora, e lei esce dalla stanza in vestaglietta, proponendo: “Ci facciamo la maschera insieme?”

“Quale maschera?” dico. E lei tira fuori dalla valigia due maschere in tessuto confezionate, con fantasie animalier. Irina è venuta in Italia per pochi giorni e si è portata le maschere, ma non solo: se le fa pure.

“Irina,” le dico, “come si vede che sei russa. Ti porti la maschera in viaggio, e te la fai pure. Io massimo mi porto un campioncino di crema idratante che dimentico di mettere.”

“Ma come si fa?” replica Irina, scandalizzata. “Io avrei dovuto farla subito dopo il volo, questa. I voli seccano la pelle!”

Ha ragione, in realtà. Sono anni che dopo i voli io giro con le labbra di terra spaccata come nel sud più secco e assolato e la fronte come un affresco scorticato in qualche parco archeologico. Nessuno me l’ha mai fatto notare, però. D’ora in avanti, ogni volta che vedrò una ruga d’espressione più profonda, penserò a Irina.

La maschera, comunque, non è il solo segno della sua russitudine. La considerazione del sesso maschile è un’altra sua peculiarità.

Per il fine settimana Irina ha preso un appartamento al mare su Airbnb. Lo affitta un belloccio, da quello che si capisce dalla foto, e mentre ci avviamo a piedi dalla stazione alla casa, un altro belloccio in piedi accanto a un mercedes mi dice “ciao”. Penso subito: “Lo sapevo. Ho messo i pantaloncini e mi fanno pissi-pissi.” Penso così perché sono italiana, e le italiane, si sa, se la tirano, anche se non se lo possono permettere, perché hanno i baffi. Perciò rispondo: “ciao” e passo avanti, ma a quel punto il belloccio continua: “State cercando una casa di Airbnb?” E così vyjasnjaetsja (si chiarisce) che questo non è un altro belloccio, ma lo stesso della foto, che adesso che mi sono tolta gli occhiali da sole comprati dal marocchino e lo guardo meglio, potrebbe pure essere. Solo che il belloccio della foto, nella mia testa, come minimo doveva avere una dizione perfetta e una voce da baritono, invece questo qui biascica le parole in un accento della provincia e non si avverte nessuna tonalità cavernicola nei suoni che produce.

Irina non ci ha nemmeno fatto caso. Ci sediamo nella macchina del tipo, che chiameremo Romeo, come del resto abbiamo chiamato Irina Irina, pur restando il fatto che nella realtà non si chiama Irina, e lei comincia a prendermi a gomitate, ché devo chiedere al tipo dove si va a ballare qui la sera, dove si va a mangiare, dove si butta l’immondizia, cosa fa lui nel fine settimana? Io mi sento in imbarazzo, ma nonostante ciò, mentre il ragazzo ci porta a fare un tour del paese, scopro che lavora in ospedale.

Vabbè. Impiegato. Ah no? Infermiere? No. Medico! Medico? Che medico? Chirurgo!

Wow. Sono più razzista di quello che pensavo. Non avevo nemmeno immaginato che un belloccio che biascica le parole potesse fare il chirurgo. Del resto, quando uno ti apre la pancia tu stai sotto anestesia, mica ci devi chiacchierare. Questa cosa del dottore è quasi sexy, se uno fa uno sforzo di immaginazione.

Irina lo dice, che sono stupida. “È chirurgo, Sydney!” mi dice, “è perfetto per te! Tu artista, sognatrice! Lui uomo razionale, con una posizione stabile! Ha una casa al mare! E poi guarda che fisico, alto, magro, non come gli altri italiani con la pancia… Occhi neri! Vedi com’è virile!” “Virile?” dico io, “Ma lo senti come parla?” “Ma non capisci niente,” sentenzia lei: “È il sogno di ogni donna russa!”

Quindi Romeo ci accompagna a casa, ci illustra, ci mostra, se ne va. E lì sorgono un mare di problemi. Per esempio, ci sono tre boccette di cosmetici sull’armadietto, ma non c’è scritto cosa siano. “E vabbè, Irina, che sarà mai.” Poi ci manca il cavatappi e sono costretta a chiederlo al vicino, mentre Irina si mette la crema rassodante. “È una vergogna, ci affitta una casa senza nemmeno un cavatappi! E non sappiamo nemmeno dove sono i bidoni della differenziata!” “E vabbè, Irina, che dobbiamo fare?” “Come che dobbiamo fare? Devi scrivergli e dirgli di venirci in aiuto!”

Ok. Irina mi invia, ridendo e scherzando, una foto delle tre boccette. Io, che non ho capito che era uno scherzo, la inoltro pari pari a Romeo, domandandogli cosa è cosa. Irina ride. Dice che il mio approccio non ha niente di sensuale.

Certo, al posto delle tre boccette avrei potuto inviare tre fotografie di diverse parti del corpo e domandargli con quale detergente lavare ognuna. Forse così sarebbe stato più sensuale, ma anche più trash.

Romeo risponde, pedissequamente e senza mai uscire fuori traccia. Irina preme, vuole assolutamente accoppiarmi con il chirurgo sex symbol delle russe. Va bene, Irina. “Romeo, senti… comunque qui ci manca il cavatappi…”

È mortificato, Romeo. Domani viene e ce lo porta.

Cioè sul serio? Quest’uomo domani si mette in autostrada per portarci il cavatappi?

Irina lava i piatti inorgoglita, dice che io non capisco. “L’uomo è la testa, la donna il collo,” recita lei, “È la donna che sceglie, all’uomo basta solo dare un’opportunità…” Io rido, perché comincio a temere che Romeo ci voglia portare un cavatappi ben diverso da quello che ho chiesto al vicino, e mi sento pure ridicola. C’è di buono, però, che Irina mi fa ridere.

Tutta la sera Irina fantastica su come sarà il nostro incontro, su come lui verrà con il suo mercedes e ci porterà fuori a cena, ed evidentemente nella sua testa pagherà per tutte e due e ci aprirà la porta e farà felice un vucumprà comprandogli tutte le rose. Io le spiego che nulla di tutto ciò accadrà e che Romeo si sente sicuramente preso in giro, ed è probabile che lui stesso ci stia prendendo in giro. Probabilmente pensa che io sia tutta scema, a scomodarlo per un cavatappi, o anche solo per IL cavatappi. Anzi, se voglio fidarmi del mio sesto senso femminile, che queste cose le sente subitissimo, è molto probabile che lui il doppio senso del cavatappi non l’abbia nemmeno notato, poverino.

La sera successiva io, per pura casualità, ho deciso di essere bona e ho abbinato il rossetto rosso alla gonna rossa. Romeo sta arrivando, dice. Irina comincia a sfottermi, che mi faccio bella per Romeo, ma io ve lo giuro, non era per nessun cavatappi biascicante che mi stavo truccando, ma solo per me.

Arriva Romeo, Irina comincia ad urlarmi di uscire dal bagno, perché lei non capisce l’italiano. Come se per prendere un cavatappi bisognasse capire qualcosa. Esco. Svolazzo nella mia gonna e nel rossetto rosso, come una fiamma, fino al tavolo della cucina, lì c’è Romeo, con le spalle larghe e i pettorali nella maglietta bianca e il casco sotto il braccio. Lo saluto, mi saluta. Quasi senza alzare lo sguardo apre lo zaino, tira fuori il cavatappi, lo appoggia sul tavolo. “Ecco.” “Grazie.” “Ciao.” Nemmeno il tempo di offrirgli un caffè.

Si volta, chiude la porta, il rombo della moto lo accompagna da dove è venuto. Io guardo il cavatappi, sorrido. Irina mi fissa allucinata: “Non capisco.” “Che cosa non capisci, Irina?”

“Cioè lui è venuto solo a portarti uno stupido cavatappi?”

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