Le città sul Volga – Saratov

Gli stranieri al gate di un terminal, come un cucchiaio d’olio in un po’ d’acqua condividono lo stesso bicchiere. Sono gocce che dopo essersi diluite nei centri città afosi e distratti ritornano piano piano ad essere ad essere una cosa sola. Ritornano “uno”.

Sto pensando a questo mentre attendo l’inizio dell’imbarco sul mio volo per Saratov.

Di Saratov so poco. Conosco una ragazza che ci viveva ma ora non ci vive più. C’è un ponte lunghissimo e sulla cartina geografica si trova a Est della capitale sulle rive del Volga.

Finalmente l’imbarco. Dopo tre ore di volo sono a Mosca. Šermet’evo mi accoglie sonnacchioso e un po’ buio. Del resto con quel tempo fuori dalle finestre non potrebbe essere diversamente. Il controllo del passaporto invece è sempre emozionante: mi piace quando la guardia di frontiera fissa prima la foto sul passaporto e poi me, poi di nuovo la foto sul passaporto e poi me. Così diverse volte fino al TAC-TAC del timbro sul passaporto e al lasciapassare.

Nella zona partenze tutto rimanda ai Mondiali di calcio. L’Italia a questo giro non si è qualificata quindi non mi resta che tifare Russia. Oltretutto Zabivaka, la lupacchiotto mascotte di questi mondiali di Russia, mi sta anche simpatico, la Spagna che tra poco affronterà i padroni di casa, un po’ meno.

Superati i controlli arrivo all’imbarco. L’aereo che serve questa tratta è il Sukhoi Superjet 100 figlio della joint venture italo russa con Alenia Aermacchi e realizzato in collaborazione con Pininfarina per aggiornare il parco velivoli nazionale e guadagnare quote su Boeing e Airbus.

Arrivati a Saratov, l’aeroporto assume una dimensione diversa. E’ un porto, non ci sono fronzoli, negozi, souvenir, fast food, luci, cartelloni raffiguranti spiagge sterminate o bibite dissetanti. Solo un piccolo caffè chiuso. A dividere la zona ritiro bagagli dai cari in pantofole solo un divisorio in plastica e un’apertura senza porta con una babulia (noninna) che comunque fa egregiamente il suo lavoro. E’ un aeroporto che non crea assuefazione. Un punto di arrivo o di partenza, nulla di più.

I bagagli vengono scaricati direttamente da un camion KAMAZ arancione nel nastro trasportatore che li “inietta” all’interno. I cari che si riabbracciano all’uscita cercano di parlare sottovoce perché l’eco mette in imbarazzo.

Fuori splende un sole luminosissimo. Il tassista sulla strada per l’albergo dice che il centro è chiuso perché è la festa dei diplomati che in giacca e cravatta abbondano sui marciapiedi.

Le case in legno più o meno pericolanti iniziano a fare posto a edifici moderni più o meno sovietici e finalmente sono in camera.

La Naberežnaya Kosmonavtov, il lungofiume che dal ponte sul Volga per la cittadina di Engels (lungo quasi 3km) arriva fino a via Volskaja, è intitolata ai cosmonauti in onore di Yurij Gagarin che dopo il primo volo nello spazio atterrò non lontano da Saratov.

Mentre osservo i nomi dei cosmonauti incisi nelle stelle dorate sul muro, un signore anziano in divisa si avvicina per chiedermi da dove vengo, poi mi chiede come si chiamano da noi, io gli rispondo “astronauti” e lui ridacchiando dice “Noi siamo stati i primi, ma voi siete andati con gli Stati Uniti”. Continua a ridacchiarsela perché freme dalla voglia di spiegarlo o comunque di parlare con qualcuno ma io so bene dove vuole arrivare:

Le parole “cosmonauta” e “astronauta” indicano la stessa figura, tuttavia provengono da due agenzie spaziali diverse: la prima è quella sovietica, la seconda è quella statunitense. Negli anni della guerra fredda a Est si diceva cosmonauta, a Ovest astronauta e se qualcuno a Ovest diceva cosmonauta dava a intendere il suo orientamento politico. In altre parole, eccovi un trucco per smascherare un vecchio comunista!

Comunisti a parte, questa improvvisa disamina linguistica mi porta inevitabilmente a riflettere sul rapporto tra le influenze linguistiche e quelle politico-culturali, che tanto ho amato durante i miei studi da filologo.

Continuando la passeggiata mi trovo a origliare una piccola discussione tra mamma e figlia che non ho potuto fare a meno di riportare con una foto:

Машенька! Ну давай лучше коколку купим…

Ну нет мам, я барби не люблю… стрелять хочу!

Masha, suvvia è meglio se compriamo una bambola..

No mamma, non mi piacciono le Barbie.. io voglio sparare!

Tutto il viale, soprattutto verso il ponte è uno dei punti di ritrovo dei giovani con locali notturni galleggianti e non, tra i primi il karaoke CELENTANO che sembra un locale a luci rosse. Mi fermo per dare un’occhiata e alla fine finisco per bere due birre e cantare Al Bano con un gruppetto di ragazzi del posto. All’uscita qualcuno sfoggia la sua macchina americana tirata a lucido. Sullo sfondo un cartellone dice Я люблю Саратов – Io amo Saratov»

“Ну да, я Саратов люблю, но о Америке всегда мечтаю..

Si, io amo Saratov ma sogno sempre l’America!”

Nei tre giorni in questa città tra il lavoro e il caldo afoso non ho avuto modo di visitare i musei, ma non fa niente: quelli li lascio sempre per ultimi anche d’inverno (eccetto casi eccezionali).

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