Francia-Belgio a San Pietroburgo: uno storico match vissuto in prima fila

Tintin. Proprio lui. Per quanto possa sembrare un’associazione bizzarra, è al personaggio di Hergé che ho pensato non appena si è delineata la semifinale tra Francia e Belgio. Nel mondo dei fumetti questo è un binomio inscindibile ed è solo uno dei tanti che ci ricorda la strettissima parentela tra i due popoli. La prima avventura di Tintin si svolge poi in Russia e allora, in questo gioco di rimandi, San Pietroburgo sembra essere proprio il luogo idoneo alla sida calcistica più importante tra queste due rappresentative.

 

Da Tintin a Titi, che non è un altro personaggio dei fumetti ma il soprannome di Thierry Henry, ex grandissimo attaccante francese oggi nello staff tecnico del Belgio. Quando le due squadre si presentano in campo per il riscaldamento è proprio su lui che mi concentro. Per i calciatori di oggi ci sarà tempo, novanta minuti o forse più, ed è quindi il fuoriclasse di ieri che seguo con lo sguardo. Il destino ha voluto offrirmi un biglietto a dieci metri dal campo e io ne approfitto per godermi questa parata di campioni da una posizione privilegiata, da cui posso farmi invadere dalla meraviglia. “Zdorovo”, è tutto quello che dico al mio giovane vicino.

Il raffreddore che mi aveva perseguitato a Nizhni Novgorod è svanito e quindi posso tirare un sospiro di sollievo. In ogni caso a San Pietroburgo è freddo come sempre e questo mi riporta alla mente la prima delle cinque volte che sono salito quassù, durante le vacanze di maggio. Il giorno prima a Mosca ero in maniche di camicia e con il petto ben esposto al primo sole e decisi di partire nello stesso modo, per essere accolto da una bufera di neve – me li vado a cercare, evidentemente, i raffreddori. Passai molto tempo all’Ermitage e al Museo Russo sia per voglia di sapere sia per necessità di ripararmi. Da allora ho imparato ad amare questa città (e a guardare le previsioni del tempo prima di andarci), abbandonandomi al suo ritmo decisamente più tranquillo di quello moscovita nonostante conti gli abitanti di Roma e Milano insieme. Mi piace lasciarmi avvolgere dalla sua bellezza europea declinata in proporzioni orientali, ma alle geometrie di Quarenghi stavolta preferisco quelle di Witsel e non mi perdo in troppe passeggiate prima di andare allo stadio, sempre con Francis.

L’emozione cresce con l’approssimarsi della partita. Una semifinale mondiale la giustifica in sé ma ciò che mi esalta ulteriormente è l’essere presente all’appuntamento con la storia per due generazioni di calciatori che, sebbene ancora abbastanza giovani, sono chiamate alla prova di maturità: da una parte la Francia, che deve riscattare l’Europeo perso due anni prima in finale e mettere a frutto il suo enorme talento; dall’altra il Belgio, la cui Golden generation deve definitivamente spiccare il volo.

È proprio il Belgio che fa la partita all’inizio puntando sulle fasce, da una parte con Hazard che deve accentrarsi e creare scompigli e dall’altra Chadli, che deve crossare per il gigante Lukaku. Le occasioni però sono poche perché la Francia si chiude bene ed è sempre pronta a ripartire, contando sull’imprevedibilità e la velocità di Mbappé. Il calcio di oggi è così: estrema densità e dinamismo al centro e quindi scarico continuo sulle fasce, dove però le marcature vengono raddoppiate e quindi palla che ritorna al centro e così via. Quando i calciatori sono attenti e concentrati a eseguire lo spartito (e voglio ben vedere che non lo siano in un’occasione del genere) diventa difficile spezzare l’equilibrio e ciò spesso accade da palla inattiva, così come avviene anche in questa partita: angolo francese, testa di Umtiti e 1-0.

La Francia si chiude, controlla la partita e, sulla bilancia personale di Paul Pogba, quell’ago perennemente in bilico tra incompiutezza e dominio sembra proprio pendere verso la seconda dimensione. Il Belgio soffre e col passare dei minuti trovare uno sbocco offensivo diventa via via più difficile, anche perché De Brunye non sembra a sua volta trovare una sua collocazione adeguata. La partita di Hazard diventa sempre più eroica e, prima che dalla sinistra venga spostato al centro, il mio posto privilegiato mi permette di godermela in prima fila.

Che giocatore, Eden! Classe e personalità, eleganza sempre al servizio della concretezza e dell’interesse della squadra, senza la benché minima ombra di narcisismo. La sua grandezza non viene minimamente scalfita dalla sconfitta della sua squadra; anzi, acquista una venatura di maggiore dignità.

Applaudo vincitori e vinti nello stesso modo, partecipe della gioia degli uni e del dolore degli altri, consapevole di avere avuto la fortuna di aver assistito a un grande evento sportivo, non spettacolare nel senso classico del termine ma sicuramente intenso e interpretato da atleti di prima grandezza.

“Top level game!”, mi dice Francis, che la pensa come me, quando ci ritroviamo fuori dallo stadio. Entrambi affamati ci dirigiamo così a mangiare qualcosa nei pressi della cattedrale di Sant’Isacco prima di dirigerci verso il nostro ostello. A conti fatti, lo abbiamo pagato un quarantesimo del biglietto per la partita: una proporzione che non dice nulla sul valore dell’incontro o sulla schifezza del nostro ostello ma che semplicemente restituisce la dimensione delle nostre priorità in questa estate russa.

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