Viaggio al termine della notte – guida a una Siberia mordi e fuggi

Dopo il giorno viene la notte. Giusto? E poi di nuovo il giorno. E così via.

Sbagliato.

Almeno, se state volando da Milano a Irkutsk, Siberia meridionale, su un volo notturno che di notturno non ha niente. Dai finestrini appannati di fiato e ditate si vede un sole che non tramonta. È giugno, è sera, e voi avete tanto sonno. Ma al sole non importa niente: lui finge di tramontare, ma proprio quando sta per scomparire, disco di sangue dietro alle nuvole chiare, ecco che ritorna su pimpantissimo. Siete tutti svegli?, sembra dire.

Ovviamente sì.

Partenza alle ore 14 da Milano Malpensa insieme ai membri della giuria del Premio Raduga; perché, sia detto en passant, sono la vincitrice italiana del Premio Raduga categoria narratori, cosa che mi riempie d’orgoglio e aspettative. Dodici ore dopo, all’atterraggio, dopo una notte che notte non è, fatta di occhi sbarrati e intramontabili soli arancioni, le mie aspettative si sono decisamente ridimensionate. L’orgoglio per ora resta intatto, quello è duro a morire.

Milano-Irkutsk: sei ore di fuso orario, per la nuova terra su cui poggio i piedi sono le ore otto e dieci del mattino, per il mio italianissimo ritmo circadiano sono le due di notte. Durante il volo ci hanno servito almeno dieci pasti a base di carne, pesce e patate. All’arrivo in albergo veniamo accolti da frittate, toast al vitello, alce alle bacche. Perché la colazione è il pasto più importante.

Irkutsk ci accoglie con un’ondata di calore africano, un pulmino con cui girare la città e una serie di simpaticissimi accompagnatori, organizzatori, guide e semplici passanti dal sorriso disarmante. Avete presente Mosca? Ecco, un’altra cosa. Siamo tutti un po’ tra veglia e sonno, per cui la visita della città di Tal’cy, con le sue costruzioni in legno e le sue isbe e le sue chiese di travi assume contorni onirici. Quando tira forte vento, nell’aria gremita di zanzare-elicottero si distinguono le note asprigne e un po’ stordenti dell’omul’, pesce di lago nonché nota attrazione locale.

Dopo Tal’cy, la seconda tappa è il lago Bajkal. Io per l’occasione sfoggio l’abbigliamento più leggero che ho, cioè un top e i pantaloncini del pigiama blu a cuoricini (fanno passare un sacco d’aria, giuro). Una volta in battello, le guide sembrano allarmate: non avete portato, dicono, le coperte? Come farete, dicono, senza coperte?

Quali coperte?, rispondiamo semplicemente noi.

Ma è presto detto: se sulla terraferma ci sono 38 gradi, l’acqua del Bajkal è invece fissa ai canonici 10, e per un gioco di correnti sul battello c’è una temperatura oscillante fra i 20 e i 12. Per sconfiggere il freddo ci abbracciamo tra noi e veniamo poi seppelliti di coperte trovate nella stiva. L’esperienza è sia umana che naturalistica, un paradiso proprio. Le acque sono crespe e azzurre, e nel loro gelo sono bellissime. Sulle rive, in lontananza, dei vecchi in mutande pescano pesci d’argento.

Mitico battello sul Baikal

Al ritorno ci attendono ancora alci e caprioli in salsa di bacche, insaccati di cervo e altre boschive creazioni alimentari. Immancabilmente parte il toto-bosco, perché se è vero che parlo russo, è anche vero che il mio lessico non comprende trenta nomi di bacca rossa o di animale a setole che abita la macchia. Ad ogni modo la regola è più meno questa: quando sa di bresaola è insaccato di cervo, quando sa di montone è alce, quando sa di il diavolo sa cosa, è il diavolo sa cosa.

Nel giro di quarantotto ore, di cui solo sette passate a dormire (e a intervalli e secondo il fuso italiano, cioè in pieno giorno), ho visitato una città cosacca, preso un’insolazione sul lago, imparato e insegnato un sacco di proverbi di cui si sentiva proprio il bisogno, sproloquiato di matrimoni in grande stile, storia russa, pesce secco e opera, e mangiato una cosa che sembra pollo e invece è formaggio. Sono pronta per la premiazione.

Alla premiazione sono presenti non solo i membri della giuria russa e italiana, ma anche varie personalità del mondo irkutskiano tra cui il governatore, autore di un lungo discorso il cui fulcro è “Ci siamo dati da fare per organizzarvi un evento perfetto, persino il caldo è italiano”. Io mi sento fiabesca nel mio vestito dorato e tempestato di lustrini, ma ben presto oltre a fiabesca comincio a sentirmi anche molto sudata. In più il mio ritmo circardiano impazzisce e decide che è giunta l’ora di un pisolino. Davanti al governatore. Poco prima del premio. No, devo resistere.

Io che tento, con sommo sforzo, di tenere gli occhi aperti.

Resisto per tre ore, tenendo persino un discorso di ringraziamento, assistendo a un concerto di musica classica, posando per le foto, e venendo infine scacciata dal pianoforte da una signora a guardia del posto che ci fa comprendere che la premiazione è finita ed è ora di andare. La serata si conclude con una cena di gala in una tavolata coi posti stabiliti, come ai matrimoni, dove io non so usare le posate e a ogni portata saltano di nuovo fuori bacche e salse al formaggio. La cucina della Siberia meridionale mi lascia un po’ perplessa, ma è comunque piuttosto gustosa. Ovviamente a metà serata parte l’incredibile giro di brindisi russi che mi manda sempre in estasi, soprattutto perché uno dei cin-cin ha un’improvvisa (e imprevista) virata personale e si conclude a sorpresa con: Voi, signorina, mi ricordate una pattinatrice italiana. Ma chi?

Carolina Kostner?, azzardo timidamente.

No, no, quella era troppo facile. Comunque siete una vera italiana: avete tutte le emozioni in faccia!

Il giorno dopo è la mia ultima colazione. Mangio tre toast col vitello e il cetriolo al volo, perché come sempre sono in ritardo e perché già ho la nostàlghia canaglia. Dopo quattro giorni di sballottamento, finalmente il mio fuso orario comincia ad assestarsi su Irkutsk. In aeroporto.

Un consiglio: se andate in Siberia, ovunque andiate, restateci almeno una settimana.

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