CAMPEGGIO ALLA RUSSA, parte 1 – Il viaggio


Prima di scrivere questo post, mi sono presa una lunga pausa. Di tre anni.

Temevo di non avere le forze per raccontare un’esperienza del genere, o forse degenere, che rasenta il mistico, l’estremo e l’incredibile: il campeggio alla russa. Cos’ha il campeggio alla russa di diverso rispetto al campeggio normale? L’idea di fondo: non siamo qui per divertirci, siamo qui per vedere chi di noi sopravvive.

Questa sorta di darwinismo dei bungalow si attua in una splendida radura nella boscaglia delle isole di Saratov, raggiungibile col gommone quando non tira troppo vento. E quando tira troppo vento, direte voi? Meglio non approfondire.

Cominciamo dall’inizio: partenza alle ore 20.20 – in nome della simmetria come legge universale – dalla stazione Paveleckij di Mosca, con il suo torrione ottagonale e l’orologio che mi piace tanto. Vengo inseguita via messaggio dalle raccomandazioni del mio amico Kolja, “Attenta a non perdere il treno, arriva in orario!”, “La stazione è quella con i treni dentro” e così via: per Kolja non è concepibile che una ragazza debba, e possa, partire da sola.

Appena entro in carrozza, mi accorgo che il mio posto, il 23, è una specie di panchina a mezz’asta. Non capisco, come ci si siede inclinati a 45 gradi? La ragazza seduta davanti a me però mi spiega che si è bloccata, a volte capita. Insieme ci mettiamo a saltare sulla panchina fino a che non si raddrizza, e questo basta a fare amicizia. Nel giro di pochissimo sto raccontando la storia della mia vita – sì, sto scrivendo un romanzo, ho avuto un amore infelice e quando avevo quattro anni sono caduta dal seggiolone, il mio analista dice che il nodo di tutto risiede lì. Alla conversazione si aggiunge un’altra ragazza che vuole sapere del romanzo, dell’amore infelice e soprattutto del seggiolone, entrambe si chiedono perché io legga Nietszche in vacanza, al che cerco di tradurre in russo l’espressione “matta come un cavallo”, non devo esserci riuscita perché ridono pazzamente. Una delle due mi dice che lei conosceva “matta come…” e cita un altro animale, che io non conosco. Allora mi informo, che verso fa? Mi rispondono, Qua qua qua. È un’anatra, esclamo, ma quelle mi fermano: quali anatre e anatre, le anatre fanno Ga ga ga. In effetti lo sapevo, lo avevo tradotto una volta, e allora chi fa Qua qua qua? Quell’animale che salta, aggiungono, e fanno il mimo. Così scopro che in Russia le rane starnazzano.

Spossate dalla conversazione intellettuale, ci stendiamo sulle nostre panchine-letto, dopo aver messo coperte e lenzuola – i piaceri di viaggiare in platskart: il treno ulula, il vagone ondeggia, la notte è lunga, e tutta la carrozza, aperta e senza scompartimenti, diventa un dormitorio. Uomini, donne, vecchie e bambini, e in mezzo pure io, che leggo Nietszche in russo e non ho il coraggio di ammettere che non sto capendo niente.

Mi addormento con questi pensieri, infilandomi dei fazzoletti nelle orecchie per non sentire la babushka che russa di fronte a me – signora simpatica, parla italiano, ha vissuto dodici anni dalle parti di Siena. Il viaggio durerà più di diciotto ore, conviene dormire.

Al mio risveglio, trovo la babushka che legge. Fin qui, nulla di sorprendente; senonché, la babushka legge Nietzsche. Curiosa coincidenza! Ma il mistero è presto svelato – quel Nietzsche è il mio Nietzsche, la babushka mi ha rubato il libro mentre dormivo, e me lo ha pure sottolineato, e ci tiene a dirmelo mentre riapro gli occhi, anche se sono le cinque del mattino o proprio perché sono le cinque del mattino, c’è bisogno di parlare di Nietszche all’alba, il mondo ce lo chiede. La babushka non demorde, vuole sapere perché ho sottolineato tutte le parti sulla solitudine. Mi dice, Lei, signorina, non è sola, è giovane e ha tutta la vita davanti. Sono le cinque del mattino e tutto questo è molto vero. Mi riaddormento.

Mi risveglio che sono quasi a Saratov, mancano un paio d’ore, il sole splende sulle casette di legno con il tetto a punta, sui recinti degli animali. Sono ancora ignara del mio destino, ma a Saratov c’è il sole, ci sono quasi quaranta gradi, e io lascio la pioggia e la disperazione di Mosca per infilarmi in una nuova avventura.

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La splendida meta del nostro campeggio

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