LUNGO LE STRADE (FERRATE) DI RUSSIA


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Si dice che le persone che si incontrano sui treni a lunga percorrenza che attraversano la Russia diventano quasi parte della famiglia, quasi родные. A febbraio 2015 decisi che era ora di fare un giro, così presi un aereo per Vladivostok, mi feci una passeggiata sul Pacifico congelato e salii in treno per tornare a casa.

Un po’ di quello che è rimasto di quelle 146 ore ve lo racconto oggi con la voce di allora.

Поехали!

Il mio primo compagno di viaggio è Mihail, salito a Vladivostok per andare a fare esami agli studenti nella città di Lučegorsk. “Guarda te se devo perdere una giornata solo per arrivare, e poi una per tornare indietro, mi danno 100 rubli al giorno e ne ho spesi 150 per la birra, già mezza trasferta me la sono bevuta”. Quattro litri, per l’esattezza. Con tre lauree, geologo, avvocato e non ricordo che altro, in tempi sovietici aveva girato la Russia in lungo e in largo. Non è mai stato solo nelle repubbliche dell’Asia centrale, e un po’ se ne rammarica. Ha il tesserino del pensionato, percepisce la pensione, ma non è un pensionato, dice.

Lasciando Vladivostok, guardando verso il golfo ghiacciato e contando i pescatori, non vedeva l’ora di rientrare per andare lui stesso a pescare. Non mi ha spiegato esattamente quale fosse stato il suo mestiere, ha soltanto parlato di “servizio” (служба), di viaggi in treno in scompartimento da solo per portare scatole con chissà quali segreti da una parte all’altra del Paese, del fatto che anche se sono 15 anni che è in pensione il Paese non lo può lasciare. “Nemmeno in Cina posso andare, e sono 15 anni che sono in pensione”. Ho la pensione, ma non sono un pensionato.

Nel posto numero 20, di fronte a me, ha viaggiato Viktor. Salito a Ussurijsk, ha quasi sempre dormito, a parte qualche sigaretta fumata a 100 rubli con i vicini. Sui treni per legge non si può più fumare e anche bere è proibito, tuttavia con il tacito consenso a pagamento della capo vagone (проводница) si può fare tutto. Quindi la gente si alterna a fumare nei vestiboli (на тамбурах) e da sotto il tavolino ogni tanto emergono bottiglie. Viktor è russo, ma vive da anni in Corea del Sud, a circa quattro ore da Seul. Anche lui arriverà a Mosca. È un tipo strano, calmo e decisamente orientale, sta sempre nel letto a leggere e dormire, ogni tanto scende per fumare o per bere il the. È molto cordiale ed educato. Un giorno comprò una scatola di dolci e ne offrì a tutti, per accompagnare il the.

Tanti dei miei compagni di viaggio passano mesi lontano da casa (e quando in questo paese si dice lontano vuol dire veramente lontano) per lavoro o per servire nell’esercito e per prendere forse lo stipendio, pagandosi intanto il biglietto di tasca propria nella speranza di avere poi il rimborso. Come l’uomo da Omsk, nel posto in basso laterale (нижняя боковая), che racconta di essere stato un mese a lavorare in un cantiere nella zona di Svobodnyj. Probabilmente il 28 del mese avrebbe ricevuto la prima parte della paga, la seconda nel corso del mese. Gli avevano promesso circa 80mila rubli, ma se e quando arriveranno è un mistero, e soprattutto quanti ne arriveranno.

Serëga ieri sera si è addormentato felice, pensando che “domani mattina mi sveglio, faccio colazione e sono a casa da mia moglie”, che sono mesi che non la vede. Lui è nell’esercito a contratto per tre anni, carrista (танкист), se allo scadere rinnova, dice, può chiedere che gli diano un appartamento. Per chi presta servizio nell’esercito funziona che si può prendere casa e aprire un mutuo, ripagandolo poi con anni di lavoro. A guardarlo è talmente giovane ed esile che ha tutto fuorché l’aspetto del militare. Ci ha raccontato tante storie, di due amici che sono andati nell’estremo oriente a lavorare per tre mesi con un contratto pieno di clausole, per cui lo stipendio è molto buono, ma alla prima infrazione rimandano a casa. Ad esempio, è vietato bere. Allo scadere del secondo mese i due decisero che era il momento di festeggiare, uscirono a comprare alcol e si sbronzarono come si deve. Il giorno dopo ricevettero i soldi del biglietto e furono rimandati a casa e i due mesi, ovviamente, non furono pagati.

Ora siamo passati accanto a un villaggio di casette in legno, quasi in tutte nel cortile c’era una mucca, accanto ad alcune anche il recinto con i cavalli. L’uomo di Omsk si è svegliato e ora fa colazione insieme al suo amico che vive nello scompartimento accanto, un ometto baffuto che ispira simpatia, forse perché assomiglia a Giacomo Poretti del trio comico. Si chiama, ho scoperto, Vasilij Vasil’evič e ha lavorato sulla Kolyma, dove si possono incontrare gli orsi che si aggirano nei villaggi, tra le case. Sta raccontando che uno dei vicini, a cui hanno rubato il telefono, lavora nell’estrazione dell’oro, 2 mesi lavora e 2 riposa e a fine anno può prendere anche 300mila rubli. In tutto questo colazione a base di the, pane e aringhe.

 

Le storie dei miei compagni di viaggio a guardar bene sono tutte uguali. Partono per lavorare qualche mese in un cantiere ad almeno 4 giorni di viaggio in treno da casa, che i soldi per l’aereo non ci sono, lasciano a casa moglie e figli, lavorano dalle 7 del mattino alle 9 di sera, a fine mese chiedono la paga e magicamente la paga non c’è, come non c’è la società per cui lavoravano, che nel frattempo ha cambiato nome e indirizzo se va bene una volta sola. È successo così all’ometto Vasilij Vasil’evič quando lavorava sulla Kolyma. L’uomo di Omsk sta tornando a casa senza un soldo, così come Denis, l’altro uomo di Omsk che dorme nel posto sotto di me, e il suo amico con l’amplificatore, che fa sentire a tutto il vagone musica pop di merda. Denis è via da casa da 2 mesi, lavorava vicino a Svobodnyj nel cantiere del cosmodromo. Si è licenziato e sta tornando a casa, dove ha tre figli e una moglie che gli ha detto che niente per niente, che per lo meno torni a casa ad aiutare sul posto, che la figlia più piccola ormai cammina. Forse un giorno verranno pagati, forse mai. Tutti hanno dato per perso di vedere i loro soldi, nessuno veramente ci spera, denunciare non possono, che tanto con la velocità con cui cambiano i nomi alle società è solo una perdita di tempo. Denis racconta, che quando andò per licenziarsi e ricevere i soldi per il viaggio di ritorno a casa, fece caso che una delle segretarie stava meticolosamente distruggendo una pila di fogli, tra cui i documenti di uno che fino a pochi giorni prima divideva con lui la stanza. Se non ci sono i documenti non c’è nemmeno la persona, come si fa allora a far denuncia.

Tolja invece sta tornando a casa dal servizio militare. È stato ammalato e ha passato tre mesi in ospedale. Racconta che nell’esercito pagano 2000 rubli al mese, anche a chi è in malattia, ma a lui non hanno dato nulla. Gli hanno preso indietro l’uniforme e tutte le sue cose, viaggia senza soldi, soltanto con 2 sacchetti neri di plastica con un po’ di cibo. È completamente rasato. Era riuscito a mettersi d’accordo con i superiori che non gli tagliassero i capelli, ma poi i superiori cambiarono idea. Nell’esercito aveva passato una settimana in infermeria (изолятор), dove mandano chi ha appena un po’ di febbre e da dove, di solito, si esce ammalati sul serio. Un ragazzo in stanza con lui provò a tagliarsi le vene lasciando scritto solo “perdonami, papà”, ma lo salvarono in tempo e ora stanno indagando. Ora che lo hanno esonerato per motivi di salute e non può continuare a stare sotto le armi sta tornando a casa, dove si cercherà un lavoro. È laureato ed è programmatore, tutti i suoi compagni di corso hanno trovato lavoro e lui spera per sé altrettanto. Per lo meno l’esonero dall’esercito non gli preclude la ricerca di un lavoro, perché i motivi che gli hanno scritto non sono gravi. Se fosse stato esonerato per altri articoli, tipo manicomio, allora sì che avrebbe avuto problemi.

Ieri la storia che mi ha raccontato il vicino mi ha fatto pensare, possibile che in questo paese abbiano preferito far arrivare il gas ad un porcile, piuttosto che a un villaggio? Possibile non riuscire a dividere in due rami una condotta per fare l’uno e l’altro? Alla fine, il gas abbonda e ce ne sarebbe abbastanza per tutti. Invece ai maiali il caldo e alla gente le stufe a legna. Intanto a Mosca la gente continua ad indignarsi per l’uccisione di Nemtsov. Indignazione social, ma la vita fuori da Mosca è ben diversa e quindi ok, ne hanno fatto fuori un altro? Bene, ma a noi che ci frega?

Sono le 6:30 del 3 marzo. Mancano 26 ore alla fine. 26 ore con poca gente, quasi come fossimo gli ultimi superstiti. 26 ore in un vagone mezzo vuoto, pochi ormai si conoscono, la maggior parte è tutta gente salita da poco. Lasciamo la Siberia per gli Urali e torniamo in Europa.

Iniziano le ultime 12 ore, siamo appena partiti da Kirov Ultime e lunghissime 12 ore, vorrei che Mosca fosse già qua da un lato, dall’altro vorrei che questo viaggio non finisse mai. Questo viaggio bellissimo, fatto di paesaggi maestosi, di cieli altissimi e limpidi, di fiumi ghiacciati, del bianco dei campi a perdita d’occhio e dell’oro delle cime degli alberi illuminate dal sole del mattino siberiano, del fumo dei comignoli delle banje, delle notti nere. Di uomini e storie che si incontrano per caso e viaggiano insieme, che per giorni dividono il cibo, il bagno, i giorni e le notti, l’aria.

La Russia è di una grandezza che fa paura e smarrisce. Le storie della gente sono come un pugno nello stomaco, talmente vere che sembrano inventate, e tanto tanto crude.

Come disse il mio vicino coreano, all’uomo russo serve la terra di Russia (русскому человеку нужна русская земля). Una volta in Corea il suo capo al lavoro gli chiese dove fosse meglio, se in Russia o in Corea, e la risposta gli costò il licenziamento. Ma l’uomo russo dalla sua terra non si separa. Non la tradisce. Gli eventi di questi giorni (l’uccisione di Nemtsov, ndr), così come quelli dei mesi scorsi, letti dal treno assumono tutt’altro significato, si inseriscono nella grande contraddizione che rende così affascinante e sicuramente indimenticabile questo paese.

Quello che ho visto è un grande popolo con mille difetti, con il suo fumare dove è vietato e con le bottiglie nascoste sotto i sedili. Ho visto uomini russi ubriachi che riescono a dare ai nervi senza usare parolacce e parlando in maniera educata. Ho visto le spalle forti di lavoratori, sentito racconti di campi di lavoro con condizioni igieniche ai limiti dell’umano, di gente che non ha più tutti i denti in bocca e che non rinuncia a lavarsi e profumarsi prima di scendere alla fermata di casa. Passando nel corridoio, la capo vagone ride: “Si sente persino del profumo! Come se foste puliti, come se foste persone!” (что-то тут даже духами пахнет! Как будто вы чистые, как будто вы люди!). Gente che mi ha detto grazie per aver viaggiato con loro, perché ci sono persone per cui gli stranieri sono ancora una rarità, e che mi ricorderà forse per tutta la vita. Anche se non fosse vero, la sola parola grazie è sufficiente per dire che Транссиб удался!

Проводница уже ходит говорит просыпаемся. Tra mezz’ora arriviamo.

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2 risposte a “LUNGO LE STRADE (FERRATE) DI RUSSIA

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