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In Italia si fa tanto rumore sulla famiglia, e un po’ di questo rumore arriva fin qui. Qualche giorno fa un’amica mi ha chiesto perché gli italiani marciano tanto a favore dei diritti LGBT e che cosa vogliono esattamente, perché alla fine, sì, non c’è niente di strano ad essere gay ed è triste che in Russia la cosa sia considerata un tabù, però d’altro canto marciare col pretesto di rendere uguali due cose che non lo sono è eccessivo, tanto più che nessuno ha ancora provato che dare in adozione dei bambini a coppie gay non causi loro danni. Insomma, abbiamo cominciato a parlare dell’annosa questione del “diritto di amare”, e ho provato a spiegare alla mia amica cosa sta succedendo in Italia.

Prego chi sta leggendo questo post di non partire subito con pensieri tipo: “Cosa pretendi mai da gente che sta in un paese dove picchiano i gay per strada…” Un conto è riconoscere che la Russia ha preso delle posizioni nette rispetto al movimento LGBT e all’educazione dei minori, e constatare che a livello di costume e società si da la priorità a valori diversi da quelli di altri paesi, un altro conto sono i video in cui vengono mostrati, per esempio, due uomini che camminano per mano e vengono insultati a Mosca. Cose del genere succedono senza dubbio anche in Italia, solo che non siamo il paese ex sovietico anti-Nato sulla bocca di tutti i media di Stato occidentali, quindi forse ci passa inosservata la nostra violenza, quando si tratta di farsi grandi sulla barbarie degli altri.

Detto questo, e anche dopo aver parlato con la mia amica, si è rafforzata in me l’idea che forse io ho capito qualcosa, ma la maggior parte della gente non ha capito un tubo, né della Bibbia, né di Kant e di tutta la schiera dei filosofi razionalisti, né della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo con tutte le Dichiarazioni che l’hanno preceduta; e che se veramente esiste un diavolo, esso si manifesta senza dubbio in tutta questa confusione, debolezza di spirito, condiscendenza, tolleranza di convenienza. Per fare un esempio, la tolleranza di convenienza è ogni volta che diciamo: “Io penso che in linea di massima questa cosa non sia giusta, però chi sono io per giudicare? D’altronde se io mi trovassi nella stessa situazione…” E’ di convenienza perché significa che io non tollero perché comprendo il diverso, ma solo perché potrei trovarmi nella stessa situazione. Tipo, “io non credo che l’eterologa sia una cosa giusta e ben fatta, però chi sono io per giudicare? E se poi un giorno capitasse a me di non poter avere figli?” Beh, devi fare pace col cervello, allora: se pensi che non è una cosa eticamente giusta, non è giusta prima di tutto per te; se invece pensi che vorresti, magari, ricorrere a questo sistema, allora quella cosa per te è giusta, e puoi dirlo senza vergogna; ma se provi vergogna nel dire che è giusta, forse stai riconoscendo che vorresti servirti di una cosa che ritieni sbagliata per il tuo comodo. Sono questioni di coscienza, con la nostra coscienza ci parliamo da soli, senza l’intervento degli altri, e se non siamo chiari con noi stessi e con questa non chiarezza vogliamo poi andare a marciare sulle piazze, stiamo inguaiati.

Dico questo, perché tra i tanti argomenti che sono venuti fuori, tipo se i gay hanno diritto a un’unione civile, se essere educato da un omosessuale può deviare un bambino, se è davvero così scandaloso che coppie omosessuali camminino mano nella mano, è venuto fuori l’argomento dell’eterologa, che io considero essere un abominio in generale: cioè un abominio che spesso viene elevato a causa umana dal movimento LGBT, ma che serve molto anche a fare i comodi di coppie eterosessuali, alcune delle quali magari ritengono di avere diritto a questa pratica, al contrario degli omosessuali. E io non sono d’accordo, per me non esiste proprio, non importa l’orientamento sessuale dei genitori, non importa se un giorno io non potrò concepire dei bambini col mio patrimonio genetico, per me l’eterologa è sbagliata.

E qui subentra la mia amica. Mi dice che, d’altro canto, perché? Essere così severi? Non puoi sapere come ti sentirai, se un giorno non potrai concepire dei figli tuoi.

Le dico che non lo so, ma immagino che mi dispiacerà. Le dico anche che da questo punto di vista la maternità è sopravvalutata. Non parliamo di Dio, se proprio vogliamo fare finta che l’educazione religiosa ricevuta si possa cancellare a comando quando si parla delle cose del mondo. Parliamo da laici. Pare che se non siamo mamme, ci manca qualcosa. Ma chi l’ha detto? Ci siamo tanto emancipate, abbiamo tutte le libertà, ma non abbiamo il cervello libero dal pregiudizio verso noi stesse. Essere mamma significa crescere, curare, educare, e non concepire e partorire. Concepire e partorire sono parti della maternità, ma sono innanzitutto un processo naturale e che in natura è incidentale: nessun animale decide e programma di fare figli, e il matrimonio nella specie umana sembra essere nato solo per controllare la discendenza e il patrimonio: siccome questi prima o poi si accoppiano come conigli perché gli piace, confiniamo l’accoppiamento all’interno di una cornice sociale. I mezzi di controllo delle nascite vengono in un secondo momento, ma anche quelli implicano che puoi controllare quando non fare un figlio, ma non quando farlo. Magari aspetti fino a 40 anni prima di provarci e a 40 ti riesce difficile. Che fare? Di chi è la colpa? Non parliamo di Dio, parliamo della Natura. Magari le uova ce le avevi pure in abbondanza, a 25. O magari no. Succede, che a volte una persona non riesce a concepire a comando. Succede di non riuscire a camminare a comando, respirare a comando, vedere o sentire a comando. In che modo quello di concepire un figlio proprio diventa un diritto? Così.

La mia amica dice: “Ma vedi, alla fine, immagina che io non possa avere figli miei… Sono anche io una persona, non è giusto! Anche avere i figli è una questione di democrazia!”

E la mia risposta è: “Beh, è lo stesso argomento degli omosessuali. Anche loro sono persone. E’ una questione di democrazia. Perché a loro no e a te sì?”

“Ma due uomini o due donne in natura non possono concepire.”

“Ma in natura una donna e un uomo con problemi di uova o di spermatozoi, o avanti nell’età, o con altri problemi di salute, o con problemi di tempistica, non possono concepire ugualmente.”

La cosa che più mi fa riflettere è che concepire e partorire un figlio proprio sia diventato un fatto di democrazia. Non siamo capaci di esercitare la democrazia a livello globale, perché questa democrazia si trasforma sempre gradualmente in una dittatura (e probabilmente è un problema fisiologico della società capitalista), e allora cominciamo a illuderci che la si possa esercitare attraverso dirittucoli che ci fanno stare meglio in quelle aree della vita in cui saremmo disperati.

Come se nella sofferenza ci fosse qualcosa di male. Abbiamo disimparato ad accettare la sofferenza (non dico il male) come una parte dell’esistenza. Se sei gay soffri, forse soffri anche se tutti ti accettano, soffri se sei donna, se sei uomo, se fai i figli, se non li fai, soffriamo tutti, la sofferenza è un momento imprescindibile di qualsiasi movimento dialettico avvenga nella nostra vita, e un momento imprescindibile nella conoscenza di sé, e questo non significa che più soffri più sei bravo, significa solo che beh, sì, qualche volta si soffre, e in questo la sofferenza è molto più democratica della felicità.

Quanto ai dirittucoli, una volta i diritti erano “la vita e il perseguimento della felicità”. Sono parole che hanno mondi di filosofia dietro. Sono diritti inalienabili, significa che nessuno te li può togliere, significa che sono insiti nella tua persona indipendentemente dalla tua natura. Significa anche che il perseguimento della felicità è un percorso individuale: a uno può capitare di fare un figlio e di essere felice col figlio, a un altro può capitare di non farlo il figlio, e di essere felice in un altro modo. Il diritto, in questi giorni, non è più una cosa inalienabile, una cosa che fa corrispondere lo spirito e il corpo di una persona creando l’ambizione di un nuovo paradiso terrestre, no: in questi giorni il diritto è una cosa alienata. Io ho questo diritto, perché devo essere uguale a te.

“Perché tu corri 10 chilometri e io sono costretto a stare sulla sedia a rotelle? Camminare è un mio diritto!” grida il paralitico, e pretende che il sano si tagli una gamba e facciano a metà con il diritto di camminare su delle gambe proprie.

Fare i figli non è un diritto, non ha a che fare con l’essere persone. Non c’è dubbio che anche tu, mamma o papà in potenza, che non può concepire e partorire figli, sia una persona. Ma in che modo avere un figlio ti costituisce come persona? In che modo non avere quella possibilità ti toglie umanità?

Un ragionamento del genere non fa che provare che i figli sono diventati dei piccoli trofei che ostentiamo per sentirci persone adulte complete. Ci dimentichiamo invece che i figli sono persone, persone con diritti inalienabili insiti in loro fin dalla nascita, anzi, io direi fin dal concepimento. Magari non hanno la voce per dire se vogliono nascere o no, né per dire in che casa vogliono vivere, che tipo di mamma e papà vogliono avere, e proprio per questo dobbiamo preoccuparci di quello che diciamo e non approfittarci del loro silenzio per spadroneggiare con il nostro bisogno di perseguire la felicità come è per un altro, e non come può essere per me.

Siamo davvero persone? Sono anche io un adolescente, l’I-phone lo voglio anch’io, perché Giacomino sì e io no? Non ci sono risposte a queste domande, è ora di crescere. Qualche adolescente l’I-phone non ce l’ha e gli tocca trovare il modo di perseguire la felicità senza; qualcuno ce l’ha e non è felice lo stesso.

Se poi proprio vogliamo essere genitori, esiste l’adozione. Se proprio vogliamo essere persone anche noi, possiamo provarlo portando nella nostra famiglia il figlio infelice di uno sconosciuto infelice e provando a indicargli la strada per essere felice senza essere per forza “normale”.

Sono troppo rigida? Non esiste nessun “diritto d’amare”. L’amore, me lo dicono i cinquantamila pianti dei miei 30 anni, non è una cosa che si esercita come un diritto. Esiste sicuramente il diritto di vivere insieme e che quest’unione sia riconosciuta dalla legge, ma chiamarlo “diritto d’amare” significa sminuirlo, perché l’amore è innanzitutto un dono. Non decidiamo chi ci ama, fateci caso, spesso non decidiamo nemmeno chi amare. Siamo dei poveracci e quanto all’amore non abbiamo assolutamente nessun diritto, come non abbiamo nessun diritto di fronte alla natura, che ci dà e ci toglie la vita quando le pare, e hai voglia di fare sit-in, se metti le dita nella presa della corrente schiatti.

Non esiste nessun “diritto di essere genitore”: essere genitore è una responsabilità, un dovere verso la società, non semplicemente mettere al mondo un’altra bocca da sfamare per lasciarne altre a crepare senza alcun diritto, o per prenderci uteri in affitto con la scusa che vabbè, ma noi paghiamo, è tutto scritto sul contratto. Il diritto non è solo una cosa contrattuale, che io domani metto nero su bianco che ti vendo la mia anima e per questo la mia anima è tua. Il diritto è proprio quella cosa che serve perché io la mia anima non possa vendertela nemmeno se ci metto la firma, perché è mia. Perciò non mi dite che siete anche voi persone e che avete dei diritti. Se avete dei diritti, allora preoccupatevi di chi questi diritti non ce li ha, preoccupatevi di difendere l’inalienabilità di questi diritti, il perseguimento della felicità per tutti, che per essere per tutti, deve essere senza scavalcare l’umanità di alcuni.

Mi sono espressa, forse non abbastanza. Il Family Day non l’ho capito, perché non ho capito in quale punto del DDL Cirinnà si sdoganino l’eterologa e l’adozione gay senza intervento di servizi sociali. Ma non ho capito nemmeno tutti gli LGBT e gli eterosessuali progressisti che si gonfiano con questa storia del “diritto di amare”. Siate adulti, voi che desiderate i bambini. Lasciate che vengano a voi. E non dite quella cosa pietosa, che “voi non lo fareste, però chi siete per giudicare…”, ché Kant si rivolta nella tomba e pure tutti quelli che vi hanno dato un diritto all’istruzione.

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