Censura o non censura?


La settimana scorsa ho scritto che in Russia non vedevo la censura, almeno su internet. Ieri invece ho cominciato a vederla: negli ultimi giorni vari giornali on-line sono stati bloccati, qualcuno è stato licenziato e in particolare è stato bloccato il blog dell’ex candidato a sindaco di Mosca, esponente dell’opposizione, Aleksej Navalny. Dalla Russia il suo blog appare così:

navalny

 

Ovviamente, smanettando un po’ si può ancora vedere, anche se subito il mio cavaliere ha scritto una lettera Beeline per dire che del governo russo ce ne frega, vogliamo ricevere il servizio per cui abbiamo pagato.

Aldilà delle scuse con le quali Navalny è stato arrestato, che rendono giustificabile la chiusura del suo blog mentre lui è agli arresti domiciliari, se non si conosce l’antefatto, c’è una questione ancora più importante che sorge in questo momento: stiamo tornando al clima dell’URSS? Non si può più scrivere e dire niente? Presto leggeremo soltanto l’informazione di stato?

Stamattina leggevo sul canale Dozhd, canale che da un mese circa non viene più trasmesso in televisione, una discussione tra i giornalisti russi sul futuro dei Mass Media.

Qualcuno dice che è gravissimo, è allarmante; altri che hanno vissuto in Unione Sovuetica dicono che non si possono paragonare le due situazioni: esiste sì una forma di forte controllo, ma il fatto stesso che possiamo parlarne e metterla in discussione significa che non ci è ancora stata tolta la libertà di parola.

Io sono giunta alla conclusione che esistono vari livelli di censura, e che non sempre la censura è una cosa negativa. Sicuramente nel caso particolare, se si considera che tutto questo avviene nel momento della crisi in Ucraina, la censura di alcuni siti internet non è casuale ed è negativa.

Da un altro lato, sono d’accordo con alcuni commenti letti stamattina, che non bisogna fare allarmismo: il canale Dozhd, almeno su internet, funziona ancora per parlare di questo; altri giornali parlano di questo; esiste ancora il libero accesso al servizio russo della BBC, a facebook, a twitter, a google. Per quanto sia pericoloso non desiderare di vivere nel miglior mondo possibile, bisogna anche conservare uno sguardo ottimista: le parole sono in grado di cambiare la realtà, almeno in parte, e cominciare ad urlare già adesso che non esiste più la libertà di informazione significa fare un passo in avanti verso la sua scomparsa. Finché si può continuare a dire e non trovano scuse per impedirtelo, tu dì quello che hai da dire, dillo in modo da non provocare, dillo in modo furbo.

E’ una cosa brutta, dover fare i furbi, sì. Eppure senza la censura e la necessità di esprimersi con diplomazia non esisterebbero romanzi storici, allegorie, satire, nemmeno il più grande fenomeno editoriale dell’USSR, il samizdat, esisterebbe. Quello che chi vuole toglierci la libertà di informazione non sa o non ricorda è che esistono molti modi per diffondere un’informazione e la gente se ne inventa in continuazione di nuovi, è una cosa che sfugge al controllo della legge.

La censura c’è, ci hanno bloccato l’accesso ad alcuni siti importanti, ma non è onesto parlare già come se fossimo in Corea del Nord. Se così fosse, sarebbero bloccati un mare di altri siti, sarebbe impossibile leggere giornali stranieri, sarebbe impossibile scrivere questo blog, sarebbe impossibile ascoltare e leggere un dibattito tra giornalisti sul futuro dei Media e l’invadenza del governo.

Speriamo bene. E’ più rischioso, ma tiene vive le parole che ti tolgono, perché la speranza è l’ultima a morire.

E nel frattempo, si può inventare modi di lottare senza farsi arrestare, lo si fa da che il mondo è mondo.

(La mia prof di russo dice che sono idealista. Forse sì. Forse sono solo ottimista. Però, se volete credere che qui non si può dire nulla e devo stare attenta a chi sente alla fermata dell’autobus che dico che è ridicolo che abbiano chiuso il blog di Navalny, fate pure. E’ per questo allarmismo, forse, che nessuno parla ad alta voce di certe cose, alle fermate degli autobus? O solo per l’abitudine a non parlare di politica e a rassegnarsi al ciclo delle porcherie dalle quali dipenderà il nostro destino quotidiano?)

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