галатео (galateo)


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Ho questo vizio di stringere la mano alla gente, uomini o donne che siano. Non si fa, diamine. E’ una cosa così mitteleuropea, quasi non si fa nemmeno nel sud Italia, eppure io che non si capisce più dove ho imparato ad avere a che fare con la gente, continuo a farla. Come un uomo, mi alzo in piedi e porgo la mano. Alché il ragazzo che mi è venuto incontro rimane un attimo perplesso e goffamente me la dà, la mano, ma mi fa proprio un favore. E io dovrei ricordarmelo, perché l’ho visto con i miei occhi, circa tre mesi fa, come quando ho presentato un mio amico uomo ad un gruppo di uomini e donne, lui ha stretto la mano agli uomini e alle donne ha solo detto ciao e loro si sono limitate ad inclinare un po’ la testa in avanti. Ma anche se me lo ricordo, quando questo ragazzo arriva, io non so cosa fare. E’ come quando vai a scuola di recitazione i primi mesi, e ti mettono seduta in mezzo alla scena. Come mi siedo? Le mani, dove le metto? E i piedi? Sta bene la schiena così o dovrebbe stare diversamente? Mi posso aggiustare la ciocca di capelli dietro l’orecchio? Lui arriva e io penso: oddio differenza culturale, cosa faccio? saluto? non saluto? saluto, in questa maniera urbana e così poco femminile.

Per esempio, a meno che non si è amici stretti non ci si bacia. Però se esci con un ragazzo come lo saluti? La mano non gliela stringi, ma lui te la stringe perché gliel’hai stretta tu all’inizio ed evidentemente ti vuole venire incontro. Tu prendi e accosti la guancia alla sua automaticamente, secondo il tuo rituale, perché ti pare che una sola stretta di mano sia una cosa tipo: ci siamo visti per parlare di affari. Lui si stacca, ma tu stai già per porgergli l’altra guancia, e lui rimane di nuovo perplesso; e tu pensi: stupida italiana, la vuoi smettere di fare queste cose imbarazzanti?

Per esempio, lui vuole pagarti la cena, anche se non hai cenato con lui ma ti ha raggiunto mentre eri con i tuoi colleghi. E’ una questione di etichetta, dice. E tu lo sai, perfino le tue studentesse ti hanno raccontato di un disgraziato amante di una loro amica che le ha raggiunte a pranzo e non ha aperto il portafogli quando è arrivato il conto. Dovresti saperlo che se apri il portafogli offendi il tuo ospite. Eppure ti offende molto di più non aprirlo, il tuo portafogli, e lasciarti pagare la cena da un completo sconosciuto che ti ha raggiunto mentre eri con altre persone e quando avevi già la pancia piena. Quando lui ti dice che voleva pagare per te, tu gli dici che lo sai che dovresti adattarti alle regole del posto, ma che da te non si usa così e tu non ci riesci. Lui prova a spiegarti che è normale quello che vuole fare, ma tu questa normalità non la capisci e lo guardi senza speranza, in maniera scimmiesca, e lui pure ti risponde con lo stesso sguardo. Siamo due scemi che stanno parlando di chi deve pagare cosa e improvvisamente non sappiamo nemmeno perché abbiamo deciso di incontrarci.

Per esempio qui, perché sei donna, ti aprono la porta, ti infilano il cappotto, ti riaccompagnano a casa anche se non sono il tuo ragazzo. Tipo una sera al pub mi sono trattenuta a parlare con un amico di un amico che fa il coach surfing a Nizhnyj Novgorod. Al ritorno siccome facevamo una strada diversa dagli altri, abbiamo preso insieme un taxi. Anche se lui avrebbe dovuto fermarsi prima di me, mi ha accompagnata fino a sotto casa e poi si è fatto riportare indietro dal taxi, e non ha voluto la mia parte dei soldi. Quando gli ho detto grazie, ha roteato gli occhi quasi imbarazzato e mi ha detto che non è niente. Fanno così, roteano gli occhi e dicono che non è niente. Forse non sono abituati a sentir dire grazie?

Forse non dovrei più dire grazie, è un’abitudine molto partenopea, è l’abitudine di una che non si fa pagare da bere, che non tutti le aprono la porta, la riaccompagnano fino al portone, le mettono la giacca sulle spalle, le pagano le cose, e che dicendo grazie esprime automaticamente sorpresa per una cosa che avviene in un contesto in cui è assolutamente normale.

Ma se io non dicessi grazie, non sarei un’italiana in Russia.

Cioè, mi posso adattare, ma fino a che punto? Alla mia età è ancora possibile integrarsi del tutto? Se fossi stata più giovane avrebbe avuto davvero senso adattarsi, imparare ad accettare i fiori come un’abitudine, a farsi pagare da bere sempre, a dare per scontato che ti riaccompagneranno fino a sotto al portone anche se non sono tuoi amici, ad essere una creatura da proteggere e rispettare e coccolare come una principessa? E se poi sotto la forma, nella sostanza qui non si è principesse, quale sarebbe stato il senso?

Non lo so. So che posso farmi aprire la porta, farmi corteggiare in questa maniera che mi sembra molto anni ’20, lasciare anche che si paghi per me nonostante io non sia nemmeno sicura che si tratti di un appuntamento galante, ma con molto sforzo. Una voce dentro mi dice: “che cazzo sta succedendo? cosa vuole questo da te?”

E tutto questo è una grande sega mentale, eppure è solo una questione di galateo.

Il mondo di galatei ne ha di diversi; imparare una lingua non basta, anche il galateo uno dovrebbe imparare. Eppure il galateo è più difficile che ti entri dentro, si tratterebbe spesso di modificare la tua personalità. E’ una cosa che mi lascia troppo sopraffatta, pensare alla quantità di galatei ai quali non ho accesso e senza i quali non posso entrare in contatto con miliardi di persone che sono umane esattamente come me, e proprio perché come me hanno un galateo, uno esteriore, sì, ma che dipende da convinzioni che sono radicate dentro.

E dico ancora fuori e dentro, ed anche fuori e dentro sono idee che fanno parte del mio galateo.

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