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Sulla Tverskaja (nel 2012)

Primo giorno di lavoro, terzo a Mosca. Esco e decido: oggi vado in un posto. Chiedo a una collega: “Dove posso andare?” Lei mi dice: “Esci, gira a destra, trovi una strada grande. Si chiama Tverskaja. Vai sempre dritto e arrivi alla Piazza Rossa.” “E’ vicino?” le chiedo. “Sì,” mi risponde, “un’oretta, tipo.”

Lavoro a Belorusskaja e sulla linea verde da qui alla Piazza Rossa sono tre fermate, ma io non lo so ancora. Mi metto e vado.
Cammino, cammino, tutto intorno a me è grande e rumoroso, non si può attraversare la strada senza sottopassaggio perché la strada in realtà è una specie di autostrada che passa tra i negozi con le insegne ammucchiate le une sulle altre, le macchine sfrecciano tanto veloce che il mio obiettivo cattura solo delle strisce luminose di colore sul grigio antracite dell’asfalto.

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Il Baikal di Boris

“Ai miei vecchietti diabetici io i dolci li compro qui,” Olga mi indica un banco al centro commerciale a Irkutsk. Prendiamo i pasticcini che servono sempre con il tè a casa loro, ripieni di frutti di caprifoglio… Avete mai mangiato i frutti del caprifoglio? Non lo fate, è pericoloso! La verità è che ho appena controllato come si traduce in italiano zhimolost’, quel frutto delizioso, blu uva, che mettono nella pasticceria da tè: ho scoperto che il caprifoglio è il nome comune di un genere di arbusti chiamato lonicera, che comprende ben 200 specie, di cui solo alcune commestibili. Zhimolost’ deve essere una di quelle. Insomma, non fatemi passare un guaio… Io non vi ho detto che potete mangiare i frutti del caprifoglio. Se andate a Irkutsk, però, fate pure. Quanto a frutta, fanno concorrenza ai paesi tropicali. Continue reading “Il Baikal di Boris”

Natasha consiglia

Natasha ha quarant’anni, ma ne dimostra cinquanta. È grassa, odora di sale e porta i capelli ossigenati raccolti in un codino. Non so se riesce a guardarsi i piedi da vicino, ma quando mette lo smalto sulle unghie suo marito la guarda e le dice: “Mio dio, sei così sexy.” Glielo dice anche quando lei è seduta in macchina accanto a lui, avvolta da un paio di metri di cintura di sicurezza, o mentre è ai fornelli e, di spalle, mostra il suo immenso, rotondo, vibrante sedere. Natasha allora gli risponde: “Ma tu non stai bene, ma mi hai vista? Ma fatti curare.”

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La conferenza di Yalta. 3- Obruset', diventare russi

Il secondo e il terzo giorno dell’avventura in Crimea i peripatetici eravamo tre: una donna in cerca di se stessa perché sospettava di essersi spezzettata durante i suoi viaggi (io), un giovane folle e avventuroso con un solo zainetto che si era fatto 24 ore di autobus per arrivare in Crimea senza nessun programma (Boris), una donna altrettanto entusiasta e spregiudicata che si era trasferita in Crimea appena dopo il referendum e si era sposata con il suo couchsurfer (Rada).

Gli argomenti del simposio sono tanti, ma uno fa da filo rosso: come si fa a essere sé stessi, se si cambia? Si può non cambiare e rimanere sé stessi? Si può smettere di essere sé stessi, cambiando?

Una sega mentale assurda.

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La conferenza di Yalta. 2- La nuova vita di Rada

Rada ha un nome che mi piace molto: in russo rada significa “contenta”. Lei è la couchsurfer che ha accettato di ospitarmi a Yalta per tre giorni e che, con molta pazienza, è rimasta in contatto con me durante i miei cambiamenti di programma.

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Io e Rada al castello Lastočkinoe Gnezdò (Nido di Rondine)

Sul sito del Couchsurfing Rada condivide il profilo con il marito Dima, e sono molto popolari: hanno centinaia di commenti positivi e ospitano continuamente, tutto l’anno. Rada organizza anche un club dei viaggiatori, a Yalta, in cui invita degli ospiti a raccontare alla comunità permanente e temporanea dei viaggiatori le loro avventure. Il Couchsurfing, per Rada e Dima, è una missione, ed è cominciato tutto con la loro unione: perché Rada e Dima sono stati uniti dal Couchsurfing.

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La conferenza di Yalta. 1- Lo strapiombo.

In un mondo in cui si rimane intrappolati nelle convenzioni e nella routine, i pazzi si ritrovano sempre.

Io, per esempio, ordino il cappuccino dopo la pizza, se non addirittura durante, e quando torno a casa la sera metto gli avanzi tutti nello stesso piatto: in un angolo la pasta, in un angolo la carne, in un angolo l’insalata. Mia zia mi guarda esterrefatta ed esclama a mia madre: “Ma sta criatura s’è scurdata tutt cos! Magn comm’e’stranier!” (“Questa bambina ha dimenticato tutto! Mangia come gli stranieri!”). La mia fedeltà alla patria si nota ancora, certo, in piccole cose, come il mio rifiuto di lasciare che gli ospiti spremano maionese e ketchup sulla pasta e fagioli.

Sebastopoli

Quindi io ero sulle montagne russe dei miei ormoni scioccati dall’apparente instabilità della mia vita, e dovevo fare qualcosa per non rimanere a fissare il soffitto durante le vacanze di maggio: ho prenotato senza badare a spese un biglietto per la Crimea, ho cercato altri couchsurfer che mi ospitassero. Il mio piano era: arrivare a Simferopoli, da Simferopoli prendere la filovia fino a Yalta, rimanere a Yalta per tre giorni in grazia di Dio facendo l’eremita sulla spiaggia per ritrovare me stessa. Nelle conchiglie, sul fondo del tubetto di protezione solare vuoto, insieme ai sassolini che ti si infilano nelle mutande, non lo so.

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Dove sta il fagiano?

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Per me si va nella città dolente,

per me si va nell’eterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Tralallalero trallallà,

perdete ogni speranza, o voi che entrate.

Questo è come io mi ricordo i versi imparati a memoria a scuola. Me li ricordo se mi ricordo bene cosa significano, se mi hanno commossa (finché il sole risplenderà sulle sciagure umane mi basta per tutti i Sepolcri), se non me li sono dimenticati. E poi io sono della scuola che non si impara a memoria, ma si ragiona fino ad arrivare all’automatismo. Come quando, in scena, mi ricordavo cosa dovevo dire perché mi ricordavo anche in che punto dovevo trovarmi e chi era accanto a me o dietro di me.

Non credo che i russi sarebbero d’accordo. In questo paese ho visto un mare di gente ricordare a memoria interi pezzi dell’Evgenij Onegin di Puškin, della Nuvola nei Pantaloni di Majakovskij, dei Dodici di Blok. Questa gente si ricorda a memoria Chodasevič, una sera a una cena di Capodanno un ingegnere edile citava a memoria Есть Женщины в Русских Сельеньях di Nekrasov. Uno pensa: sono amanti della bellezza. Del resto, come potrebbe non amare la bellezza in maniera carnale, quasi come i napoletani, la gente della “bellezza che salverà il mondo”?

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La questione "Matilda" (e il culto dello zar in Russia)

È il film del momento in Russia, tutti ne parlano, alcuni volevano proibirne l’uscita nelle sale, altri si sono rifiutati di mostrarlo; ortodossi ferventi indignati si sono lanciati sui loro rappresentati alla Duma con lettere disperate in cui si chiedeva di fermare questa villanata, fanatici dello zar hanno minacciato regista, produttori e attori. Matilda è stato il pomo della discordia tra nostalgici dell’Unione Sovietica e nostalgici dell’Impero negli ultimi mesi, e adesso che è uscito finalmente nelle sale, si corre a guardarlo domandandosi: sarà poi tutto questo capolavoro?

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5 cose che accomunano russi e napoletani

Appena arrivata a Mosca, vedendo il tassista rischiare la sua vita e la mia in azzardati zig-zag ad alta velocità nel traffico di Leningradskoe Shossé e fare tranquillamente conversazione sulle lingue parlate da sua moglie, mi sono sentita molto vicina a casa. E più vivo la Russia, più mi sembra di trovare delle somiglianze tra russi e napoletani. Ecco quali. Continue reading “5 cose che accomunano russi e napoletani”