banche a mosca

Per un pugno di rubli: miserie e splendori delle banche russe

Lavorare a Mosca non è facile. Specie se sei straniero. Potrai anche parlare la lingua, ma faticherai ad abituarti ai ritmi estenuanti, alle ore di metropolitana, alle deadlines impazzite, ai sindacati fantasma (esistono? dove sono?) e alla estrema fluidità dei diritti del lavoratore. Ma non importa se il tuo capo è stato sostituito nottetempo e ora nel suo ufficio siede uno sconosciuto, se ti hanno affidato incarichi in sette diverse sedi per soli cinque giorni lavorativi, se ti viene chiesto di lavorare “solo questa volta” anche di domenica, se torni a casa dopo le undici di sera e l’indomani attacchi alle otto e mezzo: il tuo spirito si risolleva al solo pensiero che sei lì per una ragione ben precisa, un ideale che a fine mese diverrà realtà.

Lo stipendio.

Non fa niente che è in rubli e che il rublo valga a giorni alterni come i soldi del Monopoli. Lo stipendio risplende nelle fredde, interminabili notti invernali come una stella polare.

Cosa succede però quando decidi di portarlo in banca?

Mosca: una vita spesa in metropolitana

Chiariamo anzitutto una questione: per misteriose ragioni burocratiche, personalmente ricevevo una parte (minima) dello stipendio sul conto corrente, mentre il grosso mi veniva rilasciato a mazzette direttamente dalle mani di una gentilissima babushka impiegata. Così quando mi è toccato comprare un biglietto aereo per tornare a casa, non avendo quasi nulla sul conto sono dovuta andare in banca a versare trentamila rubli in banconote da cinquecento.

Ed eccovi lo scenario: dicembre inoltrato, buio pesto, temperatura -19, per il gelo il cellulare si blocca e comincia a emettere uno strano e persistente sibilo. Sono appena uscita da lavoro. Alle otto e mezza di sera.

La mia banca ha un nome assurdo che è la crasi di altri tre nomi egualmente assurdi. Per esigenze di riservatezza la chiameremo FurtTruffBank. Yandex, motore di ricerca russo, si incanta. Il sibilo continua. Google Maps non ha mai ricevuto dal governo russo le autorizzazioni necessarie a una precisa geolocalizzazione dei luoghi e quindi colloca gli indirizzi sulla mappa seguendo il criterio di “un tanto al chilo”. Io, per mancanza di meglio, lo seguo.

Il buio oltre la siepe (ma anche da questo lato della siepe non scherza)

La prima banca sulla carta si rivela in realtà un ristorante georgiano. Proseguo a piedi per altri dieci minuti nel gelo.

La seconda banca non esiste, cioè non esiste proprio il numero, si salta a piè pari dal civico 8 al 14. Entro in un cortile dove trovo tutti i numeri del mondo, compresi quelli che non erano usciti alla tombola di Natale, ma non il 12. Poi capisco: il 12 deve essere quel palazzone fasciato e pieno di impalcature, verosimilmente vittima di un incendio. Addio, banca.

Proseguo ancora a piedi. Il telefono smette di fischiare, ma io non mi sento più le mani.

La terza banca è proprio lì dove dovrebbe essere. Solo che è chiusa.

Però c’è un bancomat fuori. Posso comunque caricare i miei trentamila rubli in banconote da cinquecento. Premo alcuni tasti sullo schermo, la macchinetta esegue. Di colpo sibila come il mio telefono. Il fischio dura qualche istante, poi così com’era cominciato, smette. La bocchetta si apre. Inserisco le banconote. Il bancomat le mangia con soddisfazione. E riattacca a fischiare.

È un attimo. Lo schermo si blocca, si appanna, si spegne. Si riaccende: Benvenuto!

Ma benvenuto a chi, che sono qui da mezz’ora? Non c’è verso: il bancomat è in preda a una subitanea amnesia e ha scordato tutto di sé, figuriamoci i miei soldi. Tiro un paio di pugni alla macchinetta. Mi restituisce la carta. E basta.

Eppure io vedo una luce – filtra dai vetri della banca, oltre la porta chiusa… Corro, picchio contro i vetri. Mi apre una guardia, mi dice, Non vedete che è chiuso, tornate domani. Ma il bancomat mi ha rubato i soldi, rispondo. Anche la mia ex moglie, e con questo?, fa la guardia. È chiuso comunque. Tornate domani.

Agli sportelli meglio premunirsi

L’indomani ovviamente finisco alla medesima ora di sempre, cioè molto oltre l’orario di chiusura. Torno tre giorni dopo, prendo il numero, aspetto. Dopo due ore sono allo sportello.

Spiego la situazione a una signorina: ho perso trentamila rubli, era tutto quello che avevo, no non è stato emesso alcuno scontrino, la macchina si è inceppata.

La signorina mi guarda a lungo. Poi scoppia a ridermi in faccia.

Scusi, le chiedo, posso sapere perché ride. Mi risponde: ha un accento così carino!

Le ho appena detto che ho perso tutti i miei soldi, faccio io.

La FurtTruffBank non può farci niente: nel sistema, vede, l’operazione non esiste.

Certo che non esiste, dico, il bancomat si è spento a metà.

La signorina chiama il numero successivo e io vengo spintonata via.

Ma quello che la FurtTruffBank non sa è che ho un’arma segreta, e cioè un’amica di Napoli, anzi più precisamente Gianturco, che vive a Mosca da molto più tempo di me e ha uno speciale talento per le scene madri. Basta una telefonata e arriva in cavalleria, supera la coda, sbatte due pugni sullo sportello e dice: “Parliamo!”. Negli occhi si vede che non ha nessuna voglia di parlare.

Una settimana dopo il mio stipendio viene misteriosamente ritrovato. Me lo trovo già sul conto, corredato di un messaggio di scuse della FurtTruffBank. Che dire: davvero pensavano di vincere contro gli italiani di Mosca?

La sicurezza a Mosca è in buone mani

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