Quando ho scoperto la lingua tatara

Del mio primo viaggio in Tatarstan nel maggio 2016 ho ricordi vaghi, molti dei quali prevalentemente legati al cibo. Presi un treno notturno dalla stazione Kazanskij a Mosca ed arrivai a Kazan di prima mattina. Il binario era avvolto in una nebbia che mi ricordava la Pianura Padana, l’aria fresca mi pizzicava il viso aiutandomi a risvegliarmi.

Trascorsi il viaggio in una cuccetta a quattro posti, due dei quali erano occupati da una famiglia di ritorno a Kazan dopo avere visitato dei parenti a Mosca. Il capofamiglia, che chiameremo Il’dar, mi presentò sua moglie Tanja ed il loro figlio Timur, che allora aveva due anni. Il’dar cominciò la tipica intervista che tutti coloro che abbiano mai viaggiato con le ferrovie russe conoscono: da dove vieni, cosa fai qui, perché dalla calda Italia hai deciso di venire proprio in Russia… Sua moglie mi offrì té e prjaniki ripieni di sguščjonka, come fossimo in un salotto tutto nostro. Il’dar prese a raccontarmi nel dettaglio delle sue origini tatare, della storia di Kazan e delle specialità culinarie della sua terra d’origine. Mi disse con orgoglio: “Noi Tatari siamo gli Italiani della Russia! Abbiamo il miglior cibo, paesaggi mozzafiato e tradizioni antichissime”.

Scesi dal treno con alte aspettative per la settimana che avrei passato a Kazan. Il’dar e la sua famiglia mi offrirono un passaggio fino al centro città. Tanja mi diede alcuni consigli: “Devi assolutamente assaggiare il čak čak del Dom čaja in via Bauman! Ed anche i loro treugol’niki sono imperdibili”. Non sapevo nulla sul Tatarstan, e quando presi la metro per la prima volta rimasi incantata di fronte all’indecifrabile cirillico della lingua tatara.

La fermata di Ploščad Tukaja è una delle più importanti della metropolitana di Kazan. Celebra le opere del letterato tataro Gabdulla Tukaj, alle quali sono ispirati i meravigliosi mosaici che decorano le pareti della fermata.

Da Ploščad Tukaja scesi a Kremljovskaja. Camminando fino alla moschea Kol Šerif notai che il cielo si era rischiarato. In lontananza dietro alla cinta muraria del Cremlino si intravedeva il bagliore della Kazanka, affluente del Volga, che a Kazan crea due sponde unite principalmente dal Most Millennium.

Esplorando il Cremlino cominciai a capire che la lingua tatara, scritta a volte in caratteri arabi a volte in caratteri cirillici arricchiti da strani ghirigori, occupa un posto di rilievo a Kazan, caratterizzando il suo paesaggio linguistico. Per le vie di Kazan sentii conversazioni in una lingua a me sconosciuta, che supposi fosse il tataro, e cominciai ad informarmi a riguardo. Per il mio primo pranzo al Dom čaja ordinai un treugol’nik, che in tataro si chiama ečpočmak, dopodiché presi a bombardare di domande un malcapitato commensale. “Mi scusi, lei parla tataro? La sua famiglia è tatara?” La sua risposta si trasformò in un monologo pieno di entusiasmo, in cui il mio intervistato mi raccontò con orgoglio delle sue origini tatare. “Sì, considero il tataro la mia lingua madre, ma purtroppo non sono riuscito a trasmetterlo ai miei figli, che parlano solo russo”.

Dopo una conversazione di quasi un’ora, afferravo la somiglianza tra italiani e tatari di cui mi aveva parlato Il’dar quella mattina. Assaggiando il tanto decantato čak čak, mi accorsi che non era poi così esotico: praticamente una versione tatara degli struffoli di mia nonna. Non ricordo il nome del mio vicino di tavolo , che forse non chiesi neppure, ma gli sono ancora grata, perché dopo quell’intervista informale decisi di approfondire la questione della lingua tatara e scoprire la cultura del Tatarstan. (continua)

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