Vita nella provincia russa: versi sul passaporto italiano

Se la volta scorsa vi ho parlato delle mie prime avventure a Kirov, questa volta vi racconterò con maggior accuratezza cosa significhi la vita nella provincia russa da stranieri, ricollegandomi ad una celeberrima poesia del grande poeta sovietico V. V. Majakovskij che nel 1929 scriveva:

… Lo traggo dalle larghe brache,
duplicato di un peso inestimabile.
Leggete, invidiate,
io sono un cittadino dell’Unione Sovietica”.

(Stichi o sovetskom pasporte)

Il componimento parla dell’onore di possedere il passaporto dell’URSS. Durante la mia esperienza a Kirov posso dire di aver sentito una simile sensazione (con un po’ meno di orgoglio) mostrando in giro il mio passaporto italiano. Mi è capitato più di una volta che i locali provassero interesse, stupore o addirittura ammirazione essendo venuti a contatto con questo documento, capendo così la mia nazionalità.

L’aneddoto più esilarante e anche stucchevole allo stesso tempo, mi capitò una volta alla stazione di Kirov, crocevia importante della linea Transiberiana, intento a comprare un biglietto per Mosca. La stazione di Kirov è una struttura moderna e asettica di colore verde acqua, situata in centro città, non ha nulla del fascino tipico delle stazioni delle grandi metropoli russe. Mi presentai alla cassa con un foglietto già compilato con tutti i dati relativi al treno che avrei voluto prendere: poezd nomer, plackart, posto inferiore lontano dal bagno, con lenzuola… Lo feci al fine di evitare il più possibile il consueto malumore della maggior parte dei funzionari del servizio clienti russo e per essere sicuro di comprare quello di cui avevo bisogno. Il dialogo con la bigliettaia si svolse pressoché così:
V: Salve!
B: (con fare molto seccato) Cosa vuole? *In russo era appunto Čto vy chotite?
V: Ehm… Avrei bisogno di comprare un biglietto per Mosca, le ho scritto tutti i dati qui sopra.
Una volta sentito il mio accento straniero, l’umore della mia interlocutrice iniziò a cambiare in meglio e replicò:
B: Lei è straniero?
V: Sì, ecco il mio passaporto.
B: (meravigliandosi) Aaahhh…!
Ekaterina Ivanovna (non mi ricordo il suo nome, me lo immagino soltanto) si mise subito al lavoro al fine di fornirmi quello che avevo chiesto e verso la fine della transazione continuò:
EI: Occorre che lei scriva il suo nome (scandendo ogni lettera) in r-u-s-s-o e la sua n-a-z-i-o-n-e di provenienza. Capisce quello che dico?
V: Sì sì, certo.
EI: Bravissimo, complimenti!

Ci ero riuscito, ero al settimo cielo! Avevo comprato un biglietto del RŽD, la compagnia ferroviaria russa, senza l’aiuto di nessuno, urrà! Liberata la cassa e salutata Ekaterina mentre mi stavo dirigendo verso l’uscita; una signora che era in coda, che chiameremo Aljona Aleksandrovna, aveva sentito tutta la conversazione e moriva dalla voglia di rivolgermi un paio di spinose domande:
AA: Ho appena sentito la conversazione con la cassiera… Quindi lei è straniero, molto bene. E cosa fa qui a Kirov?
V: Lavoro come volontario, nell’ambito di un progetto finanziato dalla Commissione Europea, in una ONG che aiuta persone diversamente abili.
AA: Quindi lei lavora e vive a Kirov. E chi paga il suo stipendio più tutte le altre spese?!? – aggiunse con evidente stizza.
V: Metà la Federazione Russa, metà l’Unione Europea. Mi scusi, ma devo ora andare. Arrivederci!

Non era vero, il programma a cui partecipavo era finanziato interamente dalla CE, dissi così solo per cuocerla a fuoco lento nel suo pregiudizio verso qualcuno e qualcosa che non conosceva. Può capitare, infatti, in ambienti provinciali come questo che qualcuno abbia dei preconcetti verso gli stranieri o semplicemente per qualcosa con cui non si è avuto mai a che fare. Dopo tutto la vita nella provincia russa durante l’Unione Sovietica era praticamente impossibile da conoscere per gli stranieri.
Il mio rapporto con la Russia è un po’ così: alti e bassi, gioie e dolori, odio e amore, proprio come diceva Catullo nella poesia Odi et amo.

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