storia di natale russaliana

Una storia di Natale russaliana

Visto che le storie sono il nostro miglior prodotto, abbiamo pensato di farvi un regalo speciale: una storia di Natale russaliana. Per leggerla avete bisogno di una coperta morbida, di qualcosa di caldo da bere, delle luci soffuse e… di una montagna di fazzoletti perché possiamo assicurarvi che vi farà commuovere. A raccontarci la storia di Natale Russaliana di quest’anno è Silvia Falcone (se volete conoscerla meglio questo è il suo giornale web Pauranka).

Ho sempre pensato che la Vigilia di Natale fosse il giorno più bello di tutte le feste. L’attesa, il cenone, i parenti che si ritrovano tutti insieme, l’albero ed il presepe con il bambinello, quell’atmosfera unica carica di felicità che ti fa dimenticare anche il sonno durante la Messa di mezzanotte. E, soprattutto, i regali. Essendo la più piccola tra tutti i miei cugini, ogni anno ne ricevevo un quantitativo maggiore rispetto agli altri, anche se si trattava quasi sempre di pigiami e calzini. Come ogni anno, la sera della Vigilia di Natale del 1997 tornai a casa nel pomeriggio, dopo aver compiuto i miei doveri di lupetta con gli scout. Ad attendermi, come immaginavo, una montagna di regali messi da poco sotto l’albero. Già pregustavo il momento in cui li avrei scartati, quando mia madre frenò bruscamente il mio entusiasmo «Non toccare niente, non sono per te. Sono per quel bambino che ha preso zia, viene stasera a passare la Vigilia con noi.»
Bambino? Preso da zia? I regali sono per lui? Incredula, meravigliata e soprattutto urtata, chiesi con vigore a mia madre qualche spiegazione in più. «Ma sì, tua zia ha preso un bambino dalla Bielorussia, orfano. Passerà le vacanze in Italia, ripartirà a gennaio. Ho pensato di regalare a lui i quaderni che avevi chiesto, magari a te li ricompreremo dopo. Comportati bene!»
Mamma fu sbrigativa, poi papà intervenne con più dettagli. «Si chiama Vitali, credo. Non sa una sola parola di italiano, pensa che è sceso ieri dall’aereo senza un bagaglio, aveva solo il quaderno con i compiti per le vacanze sotto braccio. È stato mezzora sotto la doccia perché dice che da lui non ha l’acqua calda.»
I sensi di colpa mi strinsero il cuore. Come avevo potuto odiare quel bambino sconosciuto perché mi aveva inconsapevolmente sottratto i regali? Quanto ero stata egoista? Basta, in quel momento decisi che sarei diventata sua amica. C’è da dire che il mondo da cui proveniva mi aveva sempre affascinata: ero cresciuta consumando libri di fiabe popolari russe e nei miei sogni il paese dal quale proveniva Vitali era fatto di paesaggi innevati, corse sulla slitta, cigni che ballavano sui laghi ghiacciati, orsi che rapivano le bambine nel bosco…
Lo vidi per la prima volta a casa di mia nonna: era il bambino più bello del mondo: i capelli biondi, gli occhi azzurri, i lineamenti regolari, lo sguardo timido ed incerto. Aveva una strana eleganza innata, era diverso da tutti noi, diverso da come me lo ero immaginato. Un sentimento insolito mi bloccò dal corrergli incontro, io che normalmente ero esuberante e socievole, sentii qualcosa nello stomaco che mi caricò di ansia. Avevo undici anni e non sapevo che stavo guardando per la prima volta quello che sarebbe diventato mio marito. Lo vidi solo quella sera, poi a gennaio ripartì senza che ci salutassimo. Mi ero però fatta scrivere su un foglietto l’indirizzo del suo orfanotrofio, con la speranza di poter diventare amici di penna.

storia di natale russaliana

Passarono i mesi, arrivò l’estate e finalmente anche Vitali. Inutile dire che lo avevo aspettato con un’ansia indescrivibile. Le nostre giornate in campagna erano piene di divertimenti, non ci separavamo mai! Poi l’estate finì e di nuovo non ebbi l’occasione di salutarlo. Passò un anno, e la prospettiva di rivederlo mi emozionava ma nello stesso tempo mi riempiva di ansia. Lui aveva sedici anni, era grande ormai, avrebbe mai trascorso del tempo con me? Mi avrebbe ancora trovata divertente? Tornò il solito Vitali. Fu un’altra estate indimenticabile, andammo al mare e condividemmo tanti momenti preziosi.
Poi, a settembre, ripartì.
Gli scrissi qualche lettera ma non rispose nessuno. I miei zii mi dissero che non sarebbe più tornato, perché ormai era uscito dall’orfanotrofio e non avevano più avuto sue notizie. Sparito nel nulla. Per anni ho continuato a pensare a lui, con l’affetto che mi legava ad un parente, ad un amico caro. Ogni volta che mi capitava di incontrare qualcuno che veniva dalla Bielorussia, gli raccontavo di lui. Mi ricordavo delle parole che mi aveva insegnato, degli aneddoti, delle esperienze che avevamo condiviso.

Nel settembre del 2010, per motivi di lavoro, iniziai a studiare il russo. Dopo qualche mese sapevo a malapena scrivere qualche frase, ma ero comunque molto motivata. La Vigilia di Natale, come di consueto, ci riunimmo con tutti i parenti per festeggiare. Alla fine della serata, quasi di sfuggita, mio zio mi disse una frase che mi lasciò senza parole
«Silvia, adesso che studi russo, potresti darmi una mano? Ho ricevuto un messaggio da Vitali, ma si è dimenticato l’italiano e non so come rispondergli.»
Ancora risento l’emozione e lo sbigottimento di quel momento. Impiegai quasi un’ora a scrivere un messaggio decente, collegando il mio telefono al computer perché non avevo la tastiera in cirillico. Mi rispose subito, gentile come sempre. A gennaio riuscimmo a parlare su skype, io ero fuori di me per la gioia di rivederlo e, con l’aiuto del vocabolario, mi disse che la sua vita durante quegli anni di oblio non era stata affatto facile. Suo padre era morto, lui aveva cambiato città e faceva un lavoro molto pesante, era solo e non aveva nessun legame.
«Se vuoi, ti posso far venire in Italia. Magari qui trovi una sorte migliore.» Gli proposi, quasi senza pensarci. Accettò commosso.
Partii per la Bielorussia senza sapere quasi nulla, con qualche rudimento linguistico, pensando solo a lui. Il tempo e le disavventure non lo avevano cambiato affatto e, dopo il primo sguardo, capimmo che tra noi c’era qualcosa in più dell’amicizia.
I tre mesi in Italia trascorsero tra alti e bassi. Avevamo molte limitazioni economiche e la prospettiva che ci saremmo dovuti lasciare di nuovo dava un sapore amaro anche ai momenti felici. Ripartì alla fine di novembre 2011.
Non avevamo abbastanza soldi per ripetere l’esperienza, lui non poteva lavorare in Italia senza permesso di soggiorno e così partii io per la Bielorussia. La lingua mi limitava molto, così decisi di andare a San Pietroburgo per studiare in un istituto per stranieri. Lui venne a trovarmi, anche se era tanta strada da fare in autobus ogni volta.
Quando tornai in Italia, all’inizio del 2013, trovai finalmente lavoro. Dopo un mese riuscimmo a fare tutti i documenti per farlo trasferire a Roma da me ed iniziammo subito la nostra vita insieme.
Da allora è trascorso un po’ di tempo, ci siamo sposati, abbiamo viaggiato, cambiato casa, cambiato lavoro, affrontato le piccole divergenze della quotidianità serenamente. Ora ci prepariamo ad affrontare un nuovo capitolo di questa storia, accogliendo la nostra bambina che nascerà questa primavera.

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