Un buon “non Natale”

Il primo anno che vivevo a Mosca non sapevo che avrei lavorato anche il giorno della Vigilia e quello di Natale.

“Certo che siamo aperti anche alla Vigilia e a Natale!” mi disse il capo. “In Russia non è Natale.”

Non avrei avuto niente da ridire, non fosse che saremmo stati aperti anche per il Natale ortodosso, che cade il 7 gennaio e che normalmente capita durante le vacanze di Capodanno. Comunque, zitta e Mosca.

Quello fu il primo anno in cui festeggiai il Natale al lavoro, con entusiasmo militante: che scuola di italiano è mai, se si tralascia un Natale fatto come Dio comanda?

Misi da parte il programma per qualche lezione e insegnai ad ogni gruppo e adattai ogni volta in maniera diversa Tu scendi dalle stelle. Credo che i miei colleghi un po’ mi odiassero: è la fine che fanno quelli che amano ancora il Natale.

Il 24, a pranzo, mangiai un panino comprato in un fast food, con il tonno o con il salmone, non ricordo, per rispettare la tradizione. Il 25 mi incamminai verso il lavoro con un vassoio di struffoli preparati da me sotto il braccio. Per strada nessuno sapeva che era Natale. C’erano le luci, sì, davanti ad alcune vetrine, ma erano per Capodanno. La gente si affrettava come sempre, ti strattonava nel sottopassaggio, nella metropolitana, come sempre ad ogni passo rischiavi di prendere uno scivolone e sporcarti tutto il cappotto e i pantaloni di fango e neve bagnata e, come sempre, nessuno sorrideva.

Come sempre, anche lui era lì: un vecchietto macilento imbaccuccato in un paltò consumato, con il cappello, la sciarpa e i guanti sdruciti e gli stivali di feltro inzuppati, tutto rigorosamente in cinquanta sfumature di grigio. E il naso rosso. Come sempre, seduto su uno sgabello in mezzo alla neve, davanti al sottopassaggio, suonava la fisarmonica e cantava.

Al lavoro se l’erano ricordati, che era Natale. Avevano portato una bottiglia di spumante e l’avevano messa a freddarsi sul cumulo di neve che copriva mezza finestra al piano terra. Il brindisi fu abbastanza misero e veloce, per me che ero abituata ai cenoni.

Gli studenti russi furono molto più calorosi. Si presentarono carichi di fiori afflosciati dal gelo e di regali: cioccolatini, scialli, pupazzetti, figure in legno.

Quel giorno stampai una tombola di fortuna e delle carte da gioco napoletane, per insegnargli “il morto” e “sette e mezzo”.

Tornando a casa mi confusi nella mischia dei russi che non sembrano tanto russi, perché forse sono armeni o georgiani che vivono in Russia, e mi affrettai con gli alluci mezzi addormentati sotto la neve battente, tra i negozi aperti 24 ore su 24 anche oggi, tra i clacson e le marshrutki zigzaganti nelle pozzanghere, tra le stalattiti gocciolanti annunciate da nastri bianchi e rossi per tenerti lontana dai cornicioni dei palazzi, tra la gente per cui era martedì e le vacanze erano vicine.

Al sottopassaggio della metropolitana vicino casa mia era ancora seduto il vecchietto. Gli nevicava in testa forse da ore, ma non demordeva, stavolta cantava una canzone diversa:

Встанем под елочкой
В дружный хоровод,
Весело, весело
Встретим Новый год!

Facciamo un allegro
Trenino sotto l’albero
Insieme allegramente
Festeggiamo il Nuovo Anno!

Era una canzone di Natale! O meglio, no: era una canzone di Capodanno. In fondo lui non lo sapeva che per me era Natale, ma per me faceva lo stesso.

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