Il funerale di Lev Mikhailovich – parte 1

Lev Mikhailovich morì da solo nel suo appartamento che puzzava di piscio di gatto e che, dopo che il suo cadavere se ne fu andato, smise di puzzare, anche se il gatto era ancora lì, con le guance gonfie per l’edema e l’occhio deformato da una zuffa, a riscaldare il letto del padrone. Lo trovò il figlio, quando andò a trovarlo dopo il lavoro. Lev aveva avuto un paio di ictus in estate, ma viveva ancora da solo.

Ci chiamarono per i funerali, i primi funerali laici della mia vita, perché Lev Mikhailovich era comunista, erano comunisti i miei suoceri, era comunista tutta la famiglia, anche se le ultime nate si erano battezzate intorno ai sedici anni, con la tunica bianca nella vasca in chiesa, e poi si erano dimenticate il Padre Nostro e si aggiravano confusamente per le vecchie cattedrali con il fazzoletto sulla testa.

Scoprii che i funerali laici cominciano in una sala appena fuori all’obitorio, perché in Russia i morti, almeno adesso, almeno a Mosca, non restano a casa. Non è come nel mio sud Italia, dove si apparecchia la casa, si prepara la stanza, e il morto riceve solennemente gli ospiti che arrivano per baciarne mestamente il cadavere o strapparsi i capelli a uso tragedia greca. In Russia il cadavere viene portato all’obitorio e gli viene fatta l’autopsia, poi lo si può andare a prendere all’ospedale. Fu fuori all’obitorio che ci riunimmo, pochi giovani e molti vecchi, tutti con quest’aria rispettabile di gente che ha vissuto il vero regime e conosce la vera cultura, a dire frasi e saluti di circostanza, perché tanto il resto dell’anno non vi invitate nemmeno per Capodanno.

Intorno al morto stavamo in piedi, io come sempre straniera, gli altri che mi davano un colpetto sulla spalla ricordandomi che adesso avrei visto un vero funerale russo, io che osservavo freddamente, come uno scienziato, la morte dall’altro capo del mondo. Il figlio di Lev Mikhailovich ruppe il ghiaccio, dopo essersi schiarito la voce nel rimbombo dello stanzone vuoto con le mattonelle bianche e lucide, fece un discorso: “Siamo qui riuniti per salutare Lev Mikhailovich, un uomo, un lavoratore, un padre…” Poi a turno, chi voleva, disse un paio di parole, che spesso erano veramente un paio di parole, buttate un po’ così distrattamente, perché bisognava dirle, perché se no pareva brutto. Alla fine due becchini, che si erano dondolati sulle ginocchia fino a quel momento, si fecero largo tra di noi, sollevarono il morto e lo misero nel furgone che era appena venuto a prenderci. Lo misero nel furgone, al centro, e tutt’intorno e nei posti dietro all’autista, dovevamo sederci noi.

Ci sedemmo, nell’odore di corone di fiori e nella nube di profumo delle vecchie con i capelli a crocchia, la schiena dritta e il portamento da komsomolka, nel furgone del morto e attraversammo un pezzo di città dondolando nelle curve insieme al morto, sobbalzando nei botti o negli interstizi dei cavalcavia insieme al morto. Noi sapevamo di stare sobbalzando, lui no. Io piangevo. Tutti seri, chi non era serio diceva che quest’anno avrebbe cominciato a nevicare tardi, io invece piangevo. Ma come? Lev Mikhailovich aveva avuto due ictus e viveva da solo? Ma come? Andiamo al cimitero insieme a lui nel furgone, tutti quelli che non l’hanno salutato quando potevano coglierne l’occasione? E lasciamo che rimbalzi così, che si sbatacchi da una casa a un obitorio a un furgone nemmeno bello, una specie di Fiorino della Fiat, una specie di pulmino per le gite, e nessuno piange, solo la figlia, un poco, prima chiacchiera e sorride isterica parlando del lavoro e del club di cucito, poi all’improvviso le viene in mente che le è morto il padre e piange mezzo minuto, un minuto, il figlio non la abbraccia, le tiene solo le spalle tra le mani e la testa sul petto. Gli altri figli le stanno intorno, con le facce serie, però non diresti la differenza tra la faccia seria che hanno oggi e la faccia seria che hanno tutte le mattine quando si siedono in metropolitana per andare allo stesso lavoro che fanno tutti i giorni e che forse faranno per tutta la vita, aspettando ogni inverno un’estate, anno dopo anno, fin quando moriranno soli in casa come Lev Mikhailovich dopo due ictus avuti nell’estate tanto attesa, e verranno portati al cimitero come un fantoccio, sbatacchiandosi nel furgone tra l’odore dei fiori e la nube del profumo delle vecchie sovietiche che si lavano poco e si profumano molto.

un furgone funebre davanti a una chiesa a Uglich

“Perché piangi?” mi domanda Arkadij, mentre una cugina del nonno si volta a guardare la fila di kruschevki dal finestrino unticcio. “Penso a mio padre. E a mia madre. Che sono lontani, e un giorno moriremo tutti, senza fare in tempo a salutarci.” “Ma tuo padre e tua madre stanno bene in salute, puoi andare a trovarli quando vuoi!” mi dice Arkadij, sorridendo. Ma lui non capisce. Se devo dire la verità, qui nessuno capisce, non c’è bisogno che io mi alzi in piedi e mi metta a fare un comizio nella mia lingua madre in mezzo al furgone, perché non mi capiscano. Loro la trovano una cosa interessantissima, avere un’italiana al funerale che magari poi scriverà un post di blog sull’argomento, sono fieri di mostrare la grande madre Russia in tutti i suoi aspetti e la “pace in tutto il mondo”, che siamo tutti fratelli, noi adoriamo Celentano, abbiamo visto La Piovra, mare bella donna, che un bel canzone! Loro non sanno cosa c’è dall’altro lato, cosa c’è nascosto sotto questo sacchetto di carta per il pane fatto di pelle e di peli, di sudore, di alito, di sguardi, di vestiti scelti la mattina, di capelli acconciati, non lo sanno di me, non lo sanno di Lev Mikhailovich, non lo sanno di nessuno di loro. Vanno, parlano, commentano, sacchetti di carta per il pane solo un po’ più eruditi e civilizzati, e si portano la morte in un furgone in giro per la città, come se fosse un carico di mortadella.

Al cimitero scaricarono il cadavere nella bara aperta, foderata di raso bianco, con un volant lilla di raso o di carta da regali attaccato tutt’intorno con la spillatrice. Lo noto solo adesso. Più kitsch non si può, chissà se a Lev Mikhailovich piacerebbe sapere come hanno conciato la sua bara. All’inizio del cimitero ci sono le tombe dei ricchi e dei famosi, con grandi lapidi di marmo nero con incise foto di famiglia e scritte in ebraico. Poi, allungandosi tra i viali, comincia il bosco, e nel bosco si vedono alternarsi altre tombe, più ricche e più povere, di marmo o di legno, a volte solo una croce su un cumulo di terra, a volte solo il cumulo di terra, tutte recintate. Ogni famiglia ha il suo piccolo recinto sotto un’altra famigliola di pioppi, di tigli, di betulle, di querce, di aceri, e ogni recinto è diverso: ci sono quelli arrugginiti, quelli fatti a staccionata di legno, quelli di ferro battuto, con i ghirigori arrotolati, quelli di ferro dipinto di verde o di azzurro, come le ringhiere delle scuole materne. Ci sono le tombe con la foto, quelle senza la foto, quelle con il nome e quelle senza il nome, ma la cosa più degna di nota è che il cimitero si espande tutto in orizzontale e le uniche altezze sono le chiome del bosco: non ci sono loculi e cassetti con le ossa spolverate che si accumulano in verticale in palazzi di marmo bianco per ricordare ai vivi che vivono esattamente come nei cimiteri; qui, almeno quando si muore, si ha diritto a una casa in campagna.

una mandria di buoi in lontananza, vista dal cimitero di Jagodnaja Poljana, nei pressi di Saratov

La tomba di Lev Mikhailovich è in un vialetto sterrato, accanto ad altre dieci, e nel suo recinto di ferro battuto, con la panca all’interno e il lucchetto, come se non si potesse comunque scavalcare, ci sono anche sua moglie, sua suocera e un’altra zia. Tutti nello stesso quadrato di tre metri quadri scarsi, perché anche da morti bisogna stare vicini e sgomitare per l’uso del telecomando o dello scomparto nella porta del frigorifero, come nelle kommunarki. Come fanno a scavare la buca se sotto c’è un’altra bara? Me lo spiega subito, Arkadij, nascondendo la voce dietro alla sciarpa, per non imbrutalire i funerali con argomenti troppo scientifici: l’altra bara sotto non c’è più, ovviamente; si è decomposta con tutto il suo contenuto, si sa che bisogna aspettare quindici o vent’anni prima di scavare nello stesso identico posto, per essere sicuri di non trovare più niente. Perché, in Italia la bara non si decompone, forse? Eh no. In Italia la bara non si decompone, le ossa si conservano quanto più a lungo puoi, perché nel giorno del giudizio si devono ricomporre e andare in giro per la folla, magroline e scricchiolanti, gridando: “Non mi riconosci, eh? Mi chiamo Pincopallino, vedi in che stato mi sono ridotto nell’aldilà”.

In Russia no. In Russia alla cenere tornerai veramente, ma nel frattempo ti fai una passeggiata per il bosco dentro a una bara infiocchettata trascinata su una specie di barella. Tutti intorno alla barella, vicino alla tomba di famiglia, tutti a guardare ancora il morto con l’aria compunta, nel caso decidesse di svegliarsi da un momento all’altro e dire “col cavolo che vi lascio la dacha e la dvushka!” E di nuovo discorsi. Il figlio di Lev Mikhailovich è solenne: “Mio padre mi ha insegnato a riconoscere i funghi! Ad amare la natura!” In un impeto forense alza le mani, molla la presa, gesticola. La barella scende in una buca sul vialetto, la bara scivola, Lev Mikhailovich è quasi finito con la testa per terra, ma il figlio si riprende in tempo dal suo sogno retorico: “Oddio, papà, cosa fai?!” gli accarezza la testa, lo risistema sulla barella, cede la parola agli altri. Io mi sforzo di non muovere i muscoli della faccia. La figlia di Lev Mikhailovich si sforza talmente tanto di non muoverli, che la sua smorfia si trasforma in un pianto, ancora una volta, di massimo trenta secondi.

Poi due uomini chiusero la bara, la calarono nella fossa dove era rimasto solo il ricordo della vecchia zia e a turno ognuno lanciò una manciata di terreno. Quando Lev Mikhailovich era ormai affidato alla terra da cui era venuto, tutti si raccolsero per un minuto e io recitai nella mia testa l’unico Padre Nostro che l’aria tra i pioppi sentì in quella giornata. Risalimmo sul furgone, ci portarono al ristorante. Mio suocero si chinò verso di me: “Adesso vedrai delle vere pomìnki russe!”

(continua)

2 pensieri su “Il funerale di Lev Mikhailovich – parte 1

  1. Meglio morire solo a casa sua , fra ricordi, libri e musiche amate di Bach e Mozart, che crepare
    – in un ospedale italiano o di un’altro paese dell’ UE dove accelerano la vostra fine con qualche iniezione e si valuta se si può recuperare qualche pezzo del vostro corpo per i macellai dei trapianti. Tanto non rispetto MAI le vostre ultime volontà.
    – o in lager – casa di riposo per anziani dove si muore lentamente causa socializzazione obbligatoria, dove non rispettano i vostri gusti e ritmi e obbligano a sopportare attività cretine e merda-frastuono di urlatori rock e altri selvaggi, merda-calcio , merda-serie TV prodotte da yankees e merda-talk-show per minorati mentali.

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