Sulla Tverskaja (nel 2012)

Primo giorno di lavoro, terzo a Mosca. Esco e decido: oggi vado in un posto. Chiedo a una collega: “Dove posso andare?” Lei mi dice: “Esci, gira a destra, trovi una strada grande. Si chiama Tverskaja. Vai sempre dritto e arrivi alla Piazza Rossa.” “E’ vicino?” le chiedo. “Sì,” mi risponde, “un’oretta, tipo.”

Lavoro a Belorusskaja e sulla linea verde da qui alla Piazza Rossa sono tre fermate, ma io non lo so ancora. Mi metto e vado.
Cammino, cammino, tutto intorno a me è grande e rumoroso, non si può attraversare la strada senza sottopassaggio perché la strada in realtà è una specie di autostrada che passa tra i negozi con le insegne ammucchiate le une sulle altre, le macchine sfrecciano tanto veloce che il mio obiettivo cattura solo delle strisce luminose di colore sul grigio antracite dell’asfalto.

la stazione Belorusskaja nel 2012

Una ragazza mi dà un volantino di MTS. Poi comincia a parlarmi di un’offerta speciale, immagino sia quella che compare su tutti i cartelloni pubblicitari da quando sono arrivata: “G4 aspetta quelli che non aspettano”, che non ho ancora capito nemmeno in italiano cosa significa, ma non sono in vena, sventolo la mano stancamente e passo avanti.

E vedo Calzedonia, Falconeri, il Gorky Bar, Unicredit Bank, che poi è un bluff perché un conto italiano UniCredit qui è comunque come non avercelo. Nemmeno nel mio paese ci sono tutti questi negozi italiani, e nel mio quartiere, un pezzo della sconfinata periferia moscovita, a parte un supermercato tedesco vicino 30 minuti a piedi, ci sono decine di lavki che ti sbolognano frutta mezzo avariata e di negozi di produkty con commessi indisponenti e biscotti degli anni ’80.

la Piazza Bianca, nel 2012

Mi giro: sotto alla pensilina dell’autobus, alle due del pomeriggio, è disteso un uomo. Sta di lato, si tiene su la T-shirt con un pugno vicino al petto e gli si vede la pancia gonfia con i buchi della laparoscopia. La faccia è gialla. Mi fermo a due metri di distanza. Sembra che non respiri, o forse dorme soltanto molto profondamente. “Bisogna fare qualcosa. Chiamiamo qualcuno!” sto quasi per dire ai passanti, ma loro sono passanti e passano, gli passano davanti, di fianco, di sopra, come se fosse parte dell’arredamento urbano. Ci sono squadre di poliziotti con facce piccole e sbarbate da bambini sotto cappelli giganti con lo stemma ogni venti metri, passo avanti.

C’è una bancarella con libri e vocabolari a meno di 3 euro e la signora che li vende sta seduta e legge avidamente, sgranocchiando semi di girasole. Qui, ci passo almeno mezzora. Ci sono Blok e Gumilev (“lontano lontano, sul lago di Chad, elegante una giraffa se ne va…”); c’è Bulgakov delle Uova Fatali e del Maestro e Margherita, dove il diavolo arriva a Patriaršie Prudy e scopre di non esistere! Ci sono libri di cucina italiana, georgiana e giapponese, libri di storia dell’arte, biografie di Napoleone, di Pietro il Grande, di Ivan il Terribile, libri di antica saggezza popolare, le fiabe in versi di Puškin illustrate, frasari russo-giapponesi, russo-francesi, russo-turchi. Non posso portarmi a casa tutta la lavka, passo avanti.

Una ragazza con la maglietta del partito Volja mi dà un pamphlet sul quale c’è scritto che in Siria è scoppiata la terza guerra mondiale. Io pensavo che la terza guerra mondiale fosse una cosa del futuro e che la questione della Siria fosse un fatto mediorientale.
Un’altra ragazza, un po’ più avanti, ha le gambe a X come i cromosomi sui libri di biologia e sfila ostinatamente barcollando su tacchi 12 in una minisciarpa. Yves Rocher vende a partire da 119 rubli.
Un uomo basso e stempiato scorre alla mia sinistra con attaccata ai fianchi una donna bionda più alta di lui almeno due palmi di mano. Sorride con tutti i denti che ha e anche con quelli che avrà un giorno, e muove passi lunghi andando avanti prima con lo sguardo innamorato, poi con il resto del corpo.

cupola lucernario con mappamondo, Okhotnyj Rjad

Ed ecco il monumento a Yurij Dolgorukij, il manilunghe. Vorrei ricordarmi tutta la storia, ma sono sempre stata una cattiva studentessa: ricordo solo quello che mi fa innamorare subito, il resto devo ristudiarlo trenta volte, prima che mi si fissi in testa.

Due ragazze camminano da sole, civettano, ridacchiano. Un tipo le segue, gli si para davanti, le ferma: “Vi ho seguite a lungo, mi state molto simpatiche, posso venire con voi?” Cos’è, uno scherzo? Fa sul serio? Le tipe si consultano un attimo e poi se lo mettono al centro. Li vedo camminare in lontananza e ridere insieme.

Mi giro di nuovo, di fronte a me scende una ragazza in un vestito striminzito blu elettrico, con la faccia spenta e in mano una borsa rosa pallido chic. Ondeggia su dei trampoli neri che le fasciano le caviglie sottilissime e si atteggia in pose sexy, che più sono pose, meno mi sembrano sexy. Davanti a lei scivola un fotografo, camminando come un gambero. Muove le mani eccitato, si abbassa, si rialza, si mette di lato, riprende la gattina di plastica sullo sfondo urbano, la gattina con un fianco mette in evidenza la borsa rosa pallido. Penso alle pubblicità di Glamour, Cosmopolitan e compagnia bella. Gatte di plastica fanno da cornice a braccialetti, borsette, mutandine. Non sono loro nella foto, sono gli oggetti intorno ai quali fanno le fusa.

E’ passata un’ora esatta quando arrivo sullo slargo con in lontananza le cupole dell’Okhotnyj Rjad e tutt’intorno le bancarelle dei souvenir. Mi giro e attraverso i cancelli vedo San Basilio sfuocata nello smog e la piazza immensa, ma mi bruciano i piedi e mi fa male la schiena. Mi comprerò delle suole rialzate a 150 rubli, tipo. Posso fare una foto con lo zoom, però. Tiro fuori la macchina fotografica scassata e tenuta insieme con lo scotch: è scarica. Sto per sciogliermi, mi siedo sotto la statua di uno a cavallo che non ho la forza di leggere chi è. Tiro fuori l’agendina, prendo appunti, poi mi compro un gelato Motta da un congelatore in mezzo alla strada che non si sa per quale grazia divina sia freddo, dalla carta esce un cono con una crema di un giallo innaturale, già in punto di sciogliersi, il sapore, no comment. Ma io me lo mangio comunque, un po’ perché ci sono 35 gradi, un po’ perché ho fame.

Piazza Rossa

Resto mezzora a guardare la gente che passa. Mi rialzo, mi avvicino alla metro. Sulla strada adesso passa una vecchia gobba, in mezzo alle bancarelle colorate, e canta, un canto non in russo, lungo come un ululato di lupo, pungente come un lamento, tiene in mano un cestino con gli spiccioli e non chiede niente, canta, come se la musica le uscisse da sotto terra e le passasse attraverso tutti gli anni e le cose che ha visto. Rimango in piedi, ferma, a fissarla, e non riesco ad andarmene.

Ho ripescato questo racconto di viaggio scritto nel giugno 2012, quando avevo solo cominciato a pensare di raccontare la Russia, e di Russaliana non esisteva nemmeno ancora il nome. Ho scoperto che era la versione lunga di una sintesi in versi che composi ad agosto. Magia.

Mosca ci ha stregati
con un velo di smog sopra gli occhi
lo sguardo inespressivo delle donne
l’indifferenza dei commessi
le macchine, i pranzi e i vestiti giapponesi,
le Lada e le case coi tubi scoperti,
i surgelati eterni, i ghiaccioli cremosi,
la puzza negli androni
e la polvere degli anni ’30 negli ascensori
ci ha stregati come le sirene
con i musicisti davanti alla metro
e una vecchia gobba sulla Piazza Rossa
con il suo lamento in negativo
sui colori dei negozi scintillanti
e delle scritte sull’asfalto,
ci ha stregati con l’alcol
degli uomini distesi sotto le pensiline,
con la sua gente
che si incontra sulle panchine.

(18 agosto 2012)

A questo punto, ve lo dico: da alcuni anni ormai penso che Russaliana dovrebbe diventare un libro che raccolga i post più belli, aggiustati e magari ampliati, e altri racconti che vivono nella mia testa o in quella degli altri autori e che non avete mai letto tra queste pagine. Voi un libro così, in cui la Russia vista dagli italiani si trasforma in un luogo letterario, lo leggereste?

Un pensiero su “Sulla Tverskaja (nel 2012)

  1. Bel racconto! A Mosca devo proprio tornare perché la Tverskaja l’ho vista solo passando in bus… fino a ieri non riuscivo a commentare i post, non so se per qualche mia impostazione… un libro, e perché no? La Russia dal di dentro ma con una sensibilità da «ospite»…

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