Lingua russa a San Pietroburgo. Episodio 1

La mia partenza per San Pietroburgo, inizialmente, non era stata fissata per febbraio, ma per ottobre: numerosi problemi con il visto l’hanno fatta slittare di parecchi mesi. Per chi è abituato a viaggiare in Russia, il visto è una rottura di scatole; per chi in Russia non c’è mai andato, il visto è una creatura mitologica, una sorta di unicorno albino appena uscito dalla Foresta Proibita che dovrebbe idealmente portarti in Russia. Il mio caso era a metà tra queste due situazioni: ero già stata in Russia con dei visti turistici, quindi sapevo che era necessario il visto e che ci voleva del tempo; ma non avevo mai richiesto un visto a lungo termine e non sapevo che “lungo termine” era soprattutto riferito al tempo – biblico – necessario per averlo. Ad agosto del 2013 avevo deciso che, visto che mi ero appena laureata in Mediazione Linguistica, era necessario trascorrere un periodo di tempo in Russia. A settembre, grazie all’aiuto di colui al quale da allora mi affido sempre per i visti, avevo individuato la scuola e il percorso che avrei voluto seguire, avviando di conseguenza le pratiche per le quali in teoria avrebbero dovuto volerci circa sei settimane. Alla fine di gennaio, finalmente, è arrivato il visto!

La procedura per richiedere questo tipo di visto studio era molto complicata, ma nonostante i ritardi e le innumerevoli volte che ho dovuto spostare la data del volo (prego Volagratis, lo so che i vostri nuovi uffici in parte li ho pagati io!), alla fine si è rivelata una soluzione vincente: mi ha permesso di trascorre un anno in Russia, rinnovando di volta in volta il visto direttamente in loco; avendo inoltre la possibilità di entrare ed uscire dalla Russia senza problemi.
La mia avventura di studentessa italiana in Russia è iniziata quindi a febbraio del 2014: febbraio non è esattamente il mese più indicato per trasferirsi a San Pietroburgo perché fa freddo (le temperature oscillano tra -3° e -10°), piove neve gelata per la maggior parte del tempo, c’è il vento e le ore di luce sono 5 o 6 al giorno. Diciamo che per chi arriva dall’Italia non è il migliore dei benvenuti!

Il primo giorno di lezioni può essere definito con una sola parola: surreale. Per formalizzare l’iscrizione ed effettuare la registrazione mi sono recata all’Ufficio Internazionale dell’Università Kirov, dove avrei studiato, che si trova vicino alla metro Lesnaya, a nord della linea rossa (per dovere di cronaca: io abitavo vicino alla metro Primorskaya, quindi dovevo fare un’ora in metro, cambiando anche linea, per arrivarci). Ora, non so voi, ma io mi aspetto che in un ufficio che si fregia del titolo di “internazionale” ci lavori almeno una persona che parli un’altra lingua oltre al russo. Non pretendo l’italiano, ma l’inglese per lo meno. Speranza vana: tutti gli impiegati parlavano solo russo ed io, che all’epoca ero in grado al massimo di dire come mi chiamo e quanti anni ho (sì, nelle università italiane bisognerebbe fare molta più pratica e meno grammatica, per i miei gusti), come potevo riuscire a capire cose come la procedura di immatricolazione, dove effettuare il pagamento del corso o dove ritirare la carta dello studente?! Fondamentalmente, era un’impresa impossibile, ma a gesti ci siamo capiti e alla fine ce l’ho fatta.

Una volta conclusa la parte burocratica, bisognava fare il pagamento: per farlo non si poteva chiaramente pagare con il bancomat, né fare un comodo bonifico. Era necessario utilizzare una macchinetta arancione posta all’ingresso dell’università nella quale era possibile fare un pagamento massimo di 10.000 rubli; il corso ne costava 16.000, quindi bisognava fare la fila una volta e fare il primo pagamento; rimettersi in fila e fare il secondo. Comodo nevvero?


Infine, come se le questioni burocratiche solo in lingua russa e la doppia fila non bastassero, dovevo trovare l’aula: avete presente “seconda stella a destra e poi dritto fino al mattino”? ecco, le indicazioni erano più o meno quelle. La parte dell’università dove si svolgono i corsi di russo si trova in un cortile interno, all’interno di un palazzo, nel quale bisogna fare due rampe di scale senza ascensore; al cortile interno, che in quel periodo dell’anno era interamente coperto di neve gelata, si accede solo da una determinata porta imbottita posta in un preciso corridoio dell’università. Si arriva così in una stanza, che potrebbe essere il salotto di qualunque casa di epoca sovietica, con un divano in pelle marrone sfondato e una scrivania in laminato color ciliegio; alla scrivania sta seduta una signora che ovviamente non parla russo. La signora sembra uscita da un film sovietico: capelli biondo platino raccolti in uno chignon e frangetta cotonata; trucco da fare invidia a Moira Orfei; gonna scozzese rossa, camicetta a fiori e golfino a righe. L’unica cosa che sono riuscita a fare è stato farle vedere il mio nome sul passaporto, così lei mi ha indicato l’aula dove dovevo frequentare le lezioni. Immaginatevi un ripostiglio con una finestra, un grande tavolo sgangherato in mezzo, delle sedie scompagnate, un armadio che non sta chiuso e una lavagna: questa era l’aula universitaria nella quale per un anno ho seguito un corso di lingua russa per stranieri a San Pietroburgo. Per quanto riguarda i racconti sulla mia inettitudine, la mia sfortuna o fortuna di essere capitata nel gruppo di livello C1 e il contenuto delle lezioni, vi rimando alla prossima storia!

2 pensieri su “Lingua russa a San Pietroburgo. Episodio 1

  1. Capisco perfettamente. In un mio commento passato dicevo che per venire in Russia per periodi lunghi e per qualunque motivo bisogna essere determinati, molto determinati. Senza volere offendere penso che Kafka abbia fatto discepoli. Un esempio: per mettere il timbro del permesso di soggiorno, già concesso, mi hanno preso il passaporto per UN MESE. Impossibile andare alla banca, impossibile acquistare una SIM (se te la danno), impossibile viaggiare, e pochi spiccioli in tasca perché i soldi senza passaporto (in teoria) non te li cambia nessuno. La burocrazia è impossibile. Lo dico con cuore leggero perché io amo la Russia e i suoi spazi, le persone che, se ti conoscono, sono gentili, le dacie, i boschi. Ma la burocrazia mette alla prova tutto il senso filosofico della vita. Per i russi questo ritmo è normale, per me penso che accorci solo la vita in quanto non ti permette di viverla. Devi scalare di due marce e rallentare.

    1. Ciao Marcello! Grazie per il tuo commento!
      Hai proprio ragione, bisogna imparare a rallentare… che sia proprio per questo che sia così affascinante?!

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