La pagelle semiserie (e non calcistiche) del mondiale

  1. I volontari

Colorano le strade di tutte le città ospitanti col sorriso dei loro vent’anni. Sempre pronti, sempre disponibili ad aiutare e a mettere a frutto il loro inglese per la buona riuscita dell’evento. Sono il volto più radioso di un paese che, spesso additato come cattivo dal resto del mondo, lo accoglie mostrando tutti i suoi lati migliori.

Già mi sento triste al pensiero che quando tornerò a Mosca non li ritroverò a indicarmi la strada per la metro o a porgermi la loro manona di gommapiuma per battere il cinque, tanto che quasi quasi adesso squarcio la fodera del divano di casa solo per riassaporare quel contatto.

Il futuro è loro e li aspetta a braccia aperte, soprattutto se saranno in grado di mandare a quel paese (e no, non parlo di Saransk) madri, nonne e qualunque altro adulto tenti di riportarli all’idea che la vita è sofferenza e che l’anima russa si pasce di dolore perché la loro l’hanno ormai ibridata con canti e balli di tutto il mondo.

Молодцы ребята, люблю вас!

foto da http://www.sefutbol.com/en/how-do-i-become-volunteer-2018-fifa-world-cup-register
  1. Il fan ID

Pass da portare al collo e da presentare all’ingresso allo stadio, viene in realtà esibito a ogni ora e in ogni situazione, in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Diventa così un’ulteriore nota di colore, una sorta di tratto distintivo per sottolineare la propria partecipazione al grande evento e riconoscersi tra tifosi – come fanno i cani, ma senza annusarsi le parti basse. Alla fine mi abituo così tanto a mostrarlo che lo presento pure al controllo passaporti all’aeroporto di Vnukovo – ma questo è solo perché sono rincoglionito.

Protagonista assoluto.

foto da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:FIFA_World_Cup_2018_FAN_ID.jpg

 

  1. I mangiasalsicce del Luzhniki

Mosca, stadio Luzhniki, ottavi di finale. Contro la Spagna di Ramos e Iniesta, Isco e Piqué, che nasconde la palla a una Russia che soffre ma non molla, tutti hanno lo stomaco chiuso per via della tensione. Tutti ma non loro, la beata famiglia che viene inquadrata con tanto di hot-dog e kokoshnik spaparanzata sugli spalti. Alla Fan zone di Mosca si alza subito un boato che coinvolge l’intera Russia e sfocia in una mania istantanea come il mondo digitale comanda. L’hype è altissimo, tanto che il GUM gli dedica una linea esclusiva di accessori. Laddove bisogna essere swag loro sono semplicemente large. E tanto basta per farsi amare.

Скажи привет, Andonio!

 

  1. La Marsigliese

Rimane l’inno per antonomasia e sentirlo suonare allo stadio e cantare dai francesi per le strade moscovite il 14 luglio fa davvero un certo effetto. Probabilmente la festa nazionale sarà estesa al 15, giorno in cui i galletti si laureano campioni del mondo alla faccia di quelli a cui, dall’altra parte delle Alpi, non rimane che fare originali battute sul bidet, la baguette e la carbonara con la panna e la restituzione della Gioconda da parte di ignorantoni che non sanno distinguere Beato Angelico da Jackson Pollock (sì, sono snob).

Ma soprattutto ci ricorda che in una Repubblica ci sono i citoyens e che fare appunto della cittadinanza una questione di etnia, origine o colore della pelle è fuori luogo come la panna sulla carbonara (ihihi, ke ridere, datemi il laic, sono italiano vero).

foto da http://en.kremlin.ru/events/president/transcripts/speeches/58009/photos

 

  1. Il pianto di Artem Dzyuba

I calciatori russi di solito hanno atteggiamenti da star arroganti, mai giustificati dai risultati sul campo. In questo mondiale casalingo, spinti da un popolo intero e probabilmente dalle cinghiate di Cherchesov, si scoprono invece umili e compatti, sopperendo con agonismo e abnegazione agli evidenti limiti tecnici per conquistarsi così il rispetto dei tifosi.

Un’esperienza toccante sancita davanti alle telecamere dal pianto di Artem Dzyuba, centravanti della nazionale di casa a occhio e croce simpatico come l’estrazione di un dente del giudizio, che però con il suo gesto rivoluzionario rivela ai russi una realtà scioccante, ovvero che anche gli uomini provano emozioni e non devono essere necessariamente un mix tra un blocco di ghisa e Adriano Pappalardo a L’isola dei famosi.

Спасибо за поддержку, Артем!

 

 

  1. Il platzkart

Che sia quello gratuito messo a disposizione dei tifosi o quello regolare a pagamento, il classico treno con i vani letto disposti nei corridoi aperti è uno dei protagonisti di questo mondiale russo. Si dorme ognuno nel suo spazio per poi spostarsi nel vagone ristorante quando si vuole fraternizzare tra tifosi, serviti da cameriere che ricordano l’hostess di Pappa e ciccia: “Che vòi, семечки o lupini?”.

Io lo amo, il platzkart, perché mi restituisce la sensazione di vivere davvero in Russia con le sue grandi distanze, ma in questo mondiale mi tradisce portandomi in dote un’insolazione (viaggio per Saransk) e un raffreddore (viaggio per Nizhni Novgorod) e quindi il 5 è dato dal fatto che lo odio poi lo amo, poi lo odio e poi lo amo e poi l’apprezzo. Proprio come Elio con la discomusic.

 

  1. ll senso dell’orientamento argentino

A proposito di platzkart, un gruppo di Argentini sbaglia treno e, anziché a Nizhni, si ritrova a Veliki Novgorod. Un errore probabilmente maledetto dai tifosi, che però poi scoprono essere comunque meno disorientati dei propri giocatori che ne prendono tre dalla Croazia. I malcapitati non sono davvero tali poiché così si evitano pure Sanpaoli che si aggira a bordocampo col suo look da peggiore galera di El Salvador e si guadagnano un biglietto gratis per la partita successiva, offerto da Putin in persona “con un’astuta mossa padronale”. In fin dei conti non si guadagnano un voto disastroso perché si districano meglio del tifoso inglese che ha scordato a casa il biglietto della partita ed è stato ritrovato dopo una settimana ciucco in un albergo di Mosca.

foto di Ljudmila Aleksandrova da https://www.spb.kp.ru/daily/26848.4/3889482/

 

  1. L’approvvigionamento idrico

La storia del tifoso inglese insegna: i tifosi bevono e bevono tanto (compresi quelli dei paesi musulmani in libera uscita). Gli esercizi commerciali russi però si fanno trovare impreparati e non riescono a soddisfare il fabbisogno di birra, non aspettandosi il mono-consumo della bevanda. Le ditte produttrici austriache si offrono allora in aiuto e, in barba alle sanzioni, fanno partire una serie di rifornimenti che Luftbrücke berlinese levati proprio.

Perché i russi, in fondo, sono fatti così: la menano col business 24/7, 365 giorni l’anno, poi quando arriva il momento buono a guadagnarci sono gli austriaci.

foto da thesun.co.uk

 

  1. La geopolitica della pucchiacca

Tanti tifosi giungono a Mosca da tutte le parti del mondo, la Fan Zone di Vorobevi Gori è lontana e via Nikolskaya diventa il loro punto di ritrovo e di chi li concupisce. Va bene se certe cose si fanno a Lloret de Mar ma non a Mosca, dove la morale pubblica viene offesa; le locali che fraternizzano eccessivamente con gli stranieri vengono allora additate come zoccole e un ministro le intima a concedersi solo ai connazionali senza però informarli che 6 milioni di anni fa l’uomo si è separato dalla scimmia. Gli uomini russi la prendono male e molestano le ragazze con aggressività mentre i sudamericani le molestano con allegria e i marocchini le molestano e basta, convinti che ogni emozione possa fuorviare dall’obiettivo principale: provarci con qualsiasi cosa respiri. La pucchiacca, come dicono a Cuneo, diventa così una questione di relazioni internazionali come non si vedeva dai tempi della guerra di Troia (vabbeh, le battute facili no) e lo scisma di Enrico VIII.

Tutto questo senza considerare che la gestione del proprio corpo e della propria sessualità è un fatto personale. Se proprio si volesse ridurre l’appeal dello straniero in sé, poi, basterebbe smettere di considerarlo o un Dio o una minaccia ma – mondieu! – semplicemente una persona. Però stavamo parlando dei tempi della guerra di Troia, giusto?

Leggi anche: I figli del Mondiale

 

  1. Il “rumorometro” della Bud

La Fan Zone – tunz tunz tunz tunz – è quel punto della città dove si ritrovano i tifosi – tunz tunz tunz tunz – per vedere la partita insieme, approfittando dei maxischermi disseminati lungo l’area – tunz tunz tunz tunz. Il tutto però viene reso incredibilmente fastidioso dai continui dj set e dagli intervalli molesti, dove gli animatori esortano continuamente il pubblico a urlare. La bud, sponsor ufficiale della manifestazione, si inventa il rilevatore del rumore, preannunciato da tamarri scappati dall’oblast di Rostov che polverizzano le palle a suon di: “Ehi, a San Pietroburgo sono pazzi ma noi siamo più pazzi pazzi e lo faremo sentire col pazzometro che rileva i pazzibel. Siete pronti, pazzi pazzi pazzi?!”. Non c’è momento morto che tenga, anche la finale viene aggredita al fischio finale, per non parlare delle partite allo stadio. A conti fatti, l’unico che salva la dimensione sonora del mondiale è un Ronaldinho toda joia toda beleza che, durante la cerimonia di chiusura, ruba la scena a quei tre tamarri (Will Smith incluso) che cantano l’inno tamarro della manifestazione – tunz tunz tunz tunz.

Nannini e Bennato, where are you?

 

  1. Transenne e metal detector

Un’ora, una fottutissima ora. Tanto mi fa attendere la polizia a Nizhni Novgorod per entrare alla Fan Zone e io così mi perdo i due gol coi quali il Belgio liquida il Brasile. A Saransk vado per fortuna molto prima della partita e la pretesa di mostrare ogni singolo oggetto contenuto nel mio zaino con tanto di descrizione non mi fa perdere il match ma la pazienza sì. A Mosca per fortuna, dopo un primo giorno di assembramenti inenarrabili, capiscono che il mondiale deve favorire la circolazione delle persone, non limitarla, e la musica moderatamente cambia.

I controlli per garantire sicurezza li capisco; quelli per tenere impegnato un arsenale di nipotini di Andropov e Chernenko  la cui unica funzione è tenerti in quarantena oppure indicarti che di lì non puoi passare e che c’è una comoda alternativa ventordici chilometri più in là, no.

 

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