Francia-Uruguay a Nizhni Novgorod: un incrocio di fiumi e destini

Nizhni Novogorod è la prima città russa che ho visto, Mosca a parte. Da lì viene una delle prime persone che ho conosciuto in Russia, Katya, che invitò me e un piccolo gruppo di amici a trascorrere lì il weekend della sentitissima festa dell’8 marzo.

Il nostro ostello era a due passi da Bolshaya Pokrovskaya, la via principale, e la possibilità di spostarci sempre a piedi e fare tutto in tranquillità mi sembrava un sogno dopo i primi sfibranti mesi nella capitale. Di quei giorni ricordo la visita al Cremlino, uno dei più belli che abbia visto qui, e la sorvolata in funivia del punto in cui si incrociano i fiumi Volga e Oka. E un altro incrocio, non di fiumi ma di destini calcistici, quelli di Francia e Uruguay, mi ha riportato in questa città, che ho ritrovato ugualmente bella e per forza di cose più vibrante, con una venatura internazionale che le dona decisamente. Una sensazione di freschezza e apertura che risalta ulteriormente per le strade di quella che durante l’era sovietica era una città chiusa, dove tra l’altro anche Andrej Sakharov scontò il suo isolamento in qualità di dissidente. Chi lo avrebbe mai detto, solo qualche anno fa, che in un posto del genere avrebbe potuto aprire un piccolo ristorante che serve solo falafel, in cui mangio prima del quarto di finale serale, quello tra Belgio e Brasile.

Arrivo in città la mattina molto presto e quindi mi prendo il mio supplemento di sonno sulle rive del Volga, dopo aver costeggiato lo stadio, adiacente alla cattedrale di Aleksandr Nevskij. Mi piace l’accostamento di questi due luoghi, sacro e profano insieme, culle di rituali diversi ma dalla potenza mitopoietica non dissimile. Gli spifferi del treno e del vento che increspa il fiume concorrono nel farmi venire un raffreddore colossale, che mi accompagnerà per tutta la giornata trascorsa nella città di Maksim Gorkij, che un tempo portava anche il suo nome.

Allo stadio mi reco col mio compagno di calcetto Francis, gallese, al quale sono unito dall’amore per il gioco in sé: siamo sulla stessa barca, spettatori di un mondiale al quale le nostre nazionali non partecipano. Sbaglio posto e mi ritrovo vicino al settore dei tifosi dell’Uruguay, con mia soddisfazione. Mi ha sempre affascinato la storia calcistica di questo paese: due titoli mondiali, due allori olimpici e quindici Copa America in una nazione di poco più di tre milioni di abitanti. È come se la città di Roma avesse fatto la storia del calcio, contando solo sui suoi nativi, escludendo gente come Bruno Conti nata nel litorale e Alessandro Nesta, originario della Sabina. Ma, nonostante il grande passato e un presente di nuovo all’altezza, la squadra sembra destinata a guardare alla semifinale con “tres miliones de ilusiones”, come recita uno striscione esposto dai tifosi sudamericani. La Francia è forte, davvero forte; una squadra a cui non puoi permetterti di regalare un giocatore come Cavani, infortunatosi nella partita contro il Portogallo, vinta grazie a due suoi gol. È come se l’ex giocatore di Palermo e Napoli fosse andato oltre ogni limite per sconfiggere la nazionale di Cristiano Ronaldo, da cui è stato accompagnato fuori dal campo dopo l’infortunio. Ma è proprio questo che mi piace degli uruguaiani, la garra, come la chiamano loro: grinta, abnegazione e – volgarmente – palle messe al servizio di un intero popolo, anche da parte di star come Cavani e Luis Suarez, che per la propria nazionale rivelano uno spirito di sacrificio encomiabile.

Dall’altra parte però c’è una delle squadre con più talento del mondiale, che vuole prendersi quell’alloro internazionale incredibilmente sfuggitogli due anni fa agli Europei giocati in casa. È incredibile dal vivo assistere alla velocità di Mbappé, già fatale agli argentini, e alla capacità di N’Golo Kanté di essere davvero ovunque. Giroud dal vivo si rivela molto più tecnico di quanto avessi notato finora e Griezmann in attacco svaria che è una bellezza. Da una sua punizione nasce l’1-0 di Varane, poco prima che sia l’Uruguay invece a divorarsi un gol da palla inattiva. Gli episodi decidono le partite, è vero, come accade anche con la papera di Muslera sempre su tiro di Griezmann che fissa la partita sul 2-0, ma l’impressione è stata quella di una Francia davvero forte e pronta a spiccare il volo, come il Belgio contro il quale giocherà in semifinale.

Ancora prima che l’arbitro fischi Gimenez, calciatore dell’Uruguay, scoppia in un pianto che ha in sé qualcosa di tenero ed eroico nello stesso tempo ed è sicuramente una delle immagini che mi porterò dietro di questa giornata di sport ed emozioni.

Al ritorno in città, Nizhni si gode il suo venerdì pomeriggio, viva e radiosa. La sera mi reco alla Fan Fest per assistere a Belgio Brasile, di cui però perdo il primo tempo perché la polizia riesce nell’incredibile impresa di creare una fila lunga un’ora a causa delle perquisizioni meticolose. Mi è successo lo stesso anche a Saransk, mentre a Mosca, dopo la prima giornata fatta di assembramenti snervanti, la polizia è diventata più di manica larga, allineandosi a un evento in cui la circolazione di persone deve essere favorita e non arginata. Capisco l’importanza della sicurezza, la paura di attentati e tutto il resto ma mi chiedo anche quanto in questa rigidità ci sia di funzionale e quanto invece di sclerotizzato. E spero fin dall’inizio di questi festosi di giorni, di questo mese che volge al termine, che tutti gli inutili retaggi di un passato che appesantisce e soffoca vengano messi in una crisi irreversibile da questo flusso chiassoso e festante. Ne gioveremmo tutti, tutti noi che vivremo in Russia anche dopo questo Carnevale.

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