СКОРО КОНЧИТСЯ ЛЕТО (presto finirà l’estate)

Безымянный

“La sceneggiatura non ha niente a che vedere né con Majk, Coj e Nataša, né con nessuno di noi” – così si espresse Boris Grebenšikov dopo aver letto la sceneggiatura del film “Leto” (=estate), del regista Kirill Serebrennikov. “Ho letto la sceneggiatura che mi ha mandato e gli ho risposto immediatamente che era una menzogna dall’inizio alla fine. Noi vivevamo in tutt’altra maniera, avevamo altre motivazioni. Nella sua sceneggiatura sono rappresentati gli hipster moscoviti di oggi, che oltre a *** a spese di altri non hanno voglia di far nulla”.

L’altro giorno, a una mia domanda su Facebook, Vladimir Rekšan (scrittore sovietico e russo, musicista, sportivo, viaggiatore, fondatore del gruppo rock “Sankt-Peterburg”) mi ha scritto che ritiene che in un film d’autore non si debba cercare la corrispondenza con il vero, che non ci sarebbe comunque. “La cosa importante è che il film sia d’autore, che abbia un alto valore artistico”.

“Quando si ha a che fare con una leggenda i cui protagonisti sono ancora vivi e i seguaci sono attivi e molto pignoli, diventa difficile mettere d’accordo tutti. Serebrennikov non ci ha nemmeno provato, anzi ha messo in scena un eroe-commentatore che compare di tanto in tanto dichiarando: questo non è mai successo” (Andrej Plahov, “Kommersant”, 10/05/2018).

“Leto” mi ha tenuta sveglia e attaccata allo schermo dall’una alle tre del mattino, con soltanto un piccolo cedimento sul finale. Forse perché come va a finire si sa, e ci si può riposare qualche minuto. Gli eventi sullo schermo si succedono uno dopo l’altro, ma se dovessi dire di che eventi si tratta, mi troverei in difficoltà. Sono tanti piccoli fatterelli, in realtà, sono Viktor e Majk che diventano amici, è Majk che gli da consigli sulle canzoni, sono gli sguardi ammiccanti di Nataša, cose così. Tutto quanto è avvolto dall’energia della Leningrado dei primi anni ’80, dalla voglia dei giovani di uscire, di aprirsi al mondo, di esprimersi in un modo nuovo. Ci sono gli oggetti che venivano da “fuori”, c’è la musica in un’altra lingua, c’è la ricerca dei “plastinki” dei nuovi gruppi inglesi e americani di cui tanti amici mi hanno raccontato, che ottenerli era difficile, caro e a volte rischioso.

Probabilmente parte del successo del film, o per lo meno dell’interesse che ha suscitato, è dovuto ai fatti accaduti nel corso della sua realizzazione, Durante le riprese, infatti, il regista fu incarcerato e condannato a mesi di reclusione, che ancora sta scontando (arresti domiciliari). Ciononostante, grazie soprattutto al forte gruppo di lavoro creatosi, le riprese continuarono, il film fu ultimato e fu presentato alla 71ª edizione del Festival di Cannes, dove fu in lizza per la Palma d’oro. “Ma anche senza questo contesto drammatico, il film si può leggere come la metafora della società ostile al singolo, una società che ha identificato la Russia praticamente lungo tutto il corso della sua storia, con soltanto piccoli sprazzi di luce. In questo film però emerge anche l’energia dell’opposizione, che prima o poi arriva a farsi strada tra i compromessi e nell’oscurità di un’esistenza “underground”, per risuonare forte e libera, come le canzoni di Viktor Coj” (Andrej Plahov, “Kommersant”, 10/05/2018).

Negli anni ho avuto la fortuna di conoscere di persona alcuni degli esponenti della scena musicale russa degli anni ’80 e’90, di andare ai loro concerti, di sedermi al tavolo a bere samogon.

Correva l’anno 2003 quando, grazie ad un amico, andai al mio primo concerto, degli Akvarium, in un piccolo club di San Pietroburgo, che si chiamava se non ricordo male “Staryj Gorod”. Arrivati con abbondante anticipo, eravamo esattamente sotto al palco, appoggiati ad aspettare i musicisti, quando, incuriosita dal pubblico che stava entrando, notai uno strano soggetto in piedi accanto a me. Non piu giovanissimo, pantaloni di pelle, grossa pancia, barbetta grigia legata a treccina, ebbi qualche dubbio circa il gruppo che avremmo sentito (e di cui, allora, sapevo ancora ben poco), e mentre commentavo al mio amico “guarda un po’ che sfigato che ho qua di fianco”, lui stava lì senza parole, perchè mai e poi mai avrebbe pensato di vedere così da vicino Grebenšikov.

Ma questa è un’altra storia, che forse prima o poi vi racconterò, che però col film in questione non c’entra niente, perché Grebenšikov non c’è. O forse c’è anche lui, nascosto tra le righe.

Tornando a bomba, un film che nel complesso si fa guardare e anche piuttosto bene, con alcune scene che ho trovato veramente deliziose (su tutte, Nataša che attraversa la città sul bus con la tazzina di caffè). Ed è bello tornare a casa sentendosi un po’ in un’altra epoca, con le cuffiette nelle orecchie canticchiando м-м-м-м-м восьмиклассница…

Certo che qualche inquadratura in più a Leningrado/San Pietroburgo avrebbero anche potuto inserirla!

 

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