CAMPEGGIO ALLA RUSSA, parte II – Il fiume è in fiore!

Dopo un viaggio di diciotto ore e un’estenuante conversazione su Nietzsche, la solitudine e l’immoralità degli uomini con la babushka, il treno ferma alla stazione di Saratov. Sulla banchina, Kolja mi saluta con “Chto eto za fignja?”, “Che sono ‘ste cacate?” riferito alle mie scarpe col tacco a rocchetto. Osservo la sua mise: infradito, costume e occhiali da sole. Sono fuori luogo, come sempre. Ma ancora non so perché.

Facciamo una sosta a una specie di Ipercoop russo dove compriamo la colazione (birra e salsicce), il pranzo (birra e salsicce), la cena (birra e salsicce) e della cioccolata sfusa. Io insisto nel voler comprare della frutta, Kolja mi accontenta ma scuote la testa, come a dire, Ancora non hai capito. Al posto della frutta comunque compra una bottiglia di vino dell’Abkhazia, l’immancabile Lykhny. Quando gli chiedo spiegazioni, risponde con candore, E’ per te, volevi la frutta, questo è fatto di uva. Una volta in cassa si materializzano un paio di seljodki pod shuboj, “sardine in pelliccia” – vale a dire una sardina solitaria tra strati di carote, patate e maionese -, una griglia, un chilo di pomodori e un certo numero di cetrioli. Riempiamo quattro sacchetti e ci incamminiamo sotto il sole per una stradina sterrata. I sacchetti pesano quintali, il tacco a rocchetto non ha presa sulla strada polverosa, il sole batte, persino Kolja dà segni di cedimento, quand’ecco che l’arcangelo Gabriele – o comunque uno che ci somiglia molto – compare con il gommone, nelle sembianze di un amico di Kolja. Carichiamo la spesa, saliamo anche noi – si parte per le isole!

Il campeggio è così organizzato: ci sono diverse zone, chiamate basi, noi siamo nella base “Aktjor” (“attore”) perché siamo gente molto artistica e forse anche perché c’era solo quella per chi, come noi, ha pochi rubli da spendere e ama le esperienze estreme. Pagando qualcosa in più si ha infatti diritto alle docce calde, al lavandino, al gabinetto e anche a dei fornelli per cucinare. A cosa abbiamo diritto noi della base Aktjor? Alla sopravvivenza, innanzitutto. Ma non ai gabinetti. Ci sono degli abitacoli di legno con una buca di sabbia che fungono da bagni, impossibile sbagliare, la puzza è tale da permettere di localizzarli anche di notte o in caso di nebbia. Come mi aveva spiegato la babushka in treno, Campeggio alla russa: per bagno il bosco, per doccia il fiume, per amico un orso!

Fuor di metafora, vedo gli amici di Kolja insaponarsi sulle sponde del Volga. Sospiro, mi infilo il costume, mi tuffo. Gli amici di Kolja però non sono orsi.

La mia casetta, come la chiamano loro, è una specie di bungalow occupato interamente da tre letti disposti come in una partita advanced di Tetris. I materassi sono macchiati di ruggine, mancano le lenzuola, il frigorifero borbotta e alla finestra non c’è il vetro. Si saranno dimenticati, commenta Kolja, ma non è convinto. Il tempo al campeggio lo si passa tra la spiaggia, all’ombra del cartello col divieto di balneazione, il fiume, le partite di pallavolo, la griglia e il ping pong. Sì, cachiamo nella sabbia ma abbiamo il ping pong.

In spiaggia vengo coinvolta da un’appassionante partita di Svintus, una specie di Uno russificato dove però al posto dei simboli e delle freccette ci sono dei maiali vestiti da camorristi che danno le indicazioni (Svin’ja in russo significa appunto maiale). Quando non si gioca a carte, si prende il sole, lo spietato sole di Saratov che è buono per cuocere, più che per scaldare; o si fa il bagno nel fiume, accompagnando il tuffo con gridolini estatici: “Reka cvetjot!”, “Il fiume è in fiore!”, nel senso che le alghe fioriscono in tutto il loro splendore e l’acqua è verde. Questo è evidentemente un pregio, anche se io ancora non capisco perché.

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“Reka cvetjot!”, gioia e tripudio!

La sera si arrostiscono le salsicce, si beve birra e si grida contro di me che non so fare le insalate di cetriolo e pomodori e mi rifiuto di condire con l’olio di girasole. Poi si passa tutti da Sasha, che ha un bungalow di legno isolato, al buio e con la scala pericolante – dopotutto, perché rinunciare alla possibilità di rompersi la testa? Sasha ci accoglie con la chitarra, cantiamo un sacco di canzoni che io non so, ma canto lo stesso, inventando le parole del tutto a sproposito e intervenendo altrettanto a sproposito con esclamazioni come, Quando cantiamo i Mumij Troll’? (Erano tutte canzoni dei Mumij Troll’. Abbiamo cantato solo i Mumij Troll’. Non c’era nulla che non fosse dei Mumij Troll’.) Kolja porta il Lykhny sotto braccio, è per me, e io imparo a bere una bottiglia intera da sola. Poi imparo a fare rapidamente amicizia con quelli che vanno verso le casette, così mi danno la mano mentre scendiamo per la scala pericolante. Dopo le canzoni, partono i giochi – il migliore di tutti, “Ja”, “Io”, un gioco che consiste nel ripetere la parola “Io” a turno fino a che qualcuno non ride o sbaglia il giro. Chi ride deve attaccare alla parola “Io” un’altra parola, suggerita dal vicino; quindi si ricomincia a ripetere, alcuni “Io”, altri “Io” e la nuova parola. Dopo un paio di giri stiamo farneticando cose come “Io sono il frigorifero splendente di Napoleone”, “Io sono un buongiorno alla fragola”, “Io sono la salsiccia di Dima (diminutivo per Dmitrij)”.

Altrimenti c’è il gioco dei mimi. Io non sono assolutamente in grado di indovinare nulla in russo, ma non mi tiro indietro, generando solo confusione e rallentando il gioco. Quando mi sono annoiata di sparare a caso, approfitto dell’occasione fornita dal primo che se ne va, mi aggrego, lo prendo per mano e scendiamo le scale al buio. Poi aspetto che sia calato il silenzio, che nessuno sia in giro, che tutti dormano o siano lontani: allora esco di soppiatto, guidata dalla luna, attraverso furtiva il bosco, esco dalla base “Aktjor” e mi infilo nei bagni veri della base dei ricchi, dove finalmente potrò fare una pipì da re.

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