DEN’ ROSSII: GUIDA PRATICA AI FESTEGGIAMENTI

Il dodici giugno è il Den’ Rossii, la Festa della Russia. E niente è lasciato al caso. Bandiere tricolori ovunque, parchi in festa, gente che si riversa a milioni per le strade e nelle metropolitane. Non ho capito bene il nesso, ma un certo numero di persone coglie l’occasione per colorarsi faccia e capelli di giallo, verde e blu. I colori della Russia, penserà qualche ingenuo (e disinformato). No, i colori della Russia sono bianco, rosso e blu. Giallo, verde e blu non sono nemmeno i colori Power Rangers, notoriamente rosso, giallo, rosa, nero, verde e blu. Come direbbe Gogol’, sa il diavolo cosa sono.

Presa dall’entusiasmo, contagiata per puro spirito gregario dal patriottismo, decido di lanciarmi nei festeggiamenti. Pranzo tutti insieme? Vai così! Spiedini nel parco con degli sconosciuti? Non chiedo di meglio! (Sia detto tra parentesi: cuocere spiedini in un parco pubblico e bere alcolici per strada sono due comportamenti punibili per legge, ma questo non sembra dissuadere nessuno).

Alle ore 11 mi chiedono se sono pronta. Rispondo di sì, e chiedo per che ora ci si vede: alle 13.

Alle ore 13 sono pronta. Da sola.

Alle ore 13.07 mando un messaggio disperato: comincio ad avere fame, ho fatto colazione alle 7, esco a fare una passeggiata sennò mi mangio pure i tavoli. Per puro caso il mio messaggio giunge a un altro disperato, così andiamo a fare un bel giro in centro per ingannare la fame, mentre gli altri decidono il da farsi.

Alle ore 14 stiamo girando sotto il sole con un gran buco nello stomaco.

Alle ore 15 abbiamo fatto due chilometri a piedi tra gente allegra, festosa e sazia, e ci viene comunicato che gli spiedini sono diventati da un pranzo, una cena. Io penso alla zuppa di piselli già pronta nella zuppiera, alla zapekan’ka in frigo, e il mio cuore sommessamente piange.

Alle ore 16 giriamo ancora senza meta, “per non guastarci l’appetito”. Cominciano le allucinazioni. Gli alberi si muovono, l’aria sussurra frasi misteriose e tutto profuma intensamente di carne arrostita.

Alle ore 16.30, con un sole che spacca le pietre, cerco di convincere l’amico derelitto che la ulitsa Pirogovskaja non è stata chiamata così in onore dell’illustre dottor Pirogov bensì dei pirogi, specie quelli ripieni di cavolo e peperone dolce, che effettivamente meriterebbero anche una piazza.

Alle ore 17 vediamo Mu Mu con la sua insegna a forma di mucca, ma la coda è tale da farci desistere. Resistiamo.

Alle ore 17.30 arriva la chiamata: Vanja voleva festeggiare oggi a pranzo, ma quando ha saputo che Vitja voleva festeggiare a cena ha chiesto a Sasha, che ha suggerito di rimandare tutto a domani. Inutile dire che non conosco nessuno di questi folli procrastinatori.

Alle ore 18 io e l’amico disperato possiamo finalmente mangiare, non spiedini ma quesadilla, non in un parco ma in un ristorante dal servizio lentissimo seminascosto dentro una specie di cinema. Tutte le nostre aspettative ricadono ora sul tredici giugno.

Il tredici arriva inesorabile e, non paghi dell’insuccesso degli spiedini del giorno precedente, decidiamo di replicare. Toccata e fuga al supermercato (“Che cosa prendiamo?”, “Non lo so, Kolja, quello che vuoi, basta che non sia maiale”, “Prendo questo allora!”, “Cos’è?”, “Manzo e maiale!”), giro nel bosco alla ricerca degli introvabili amici – forse immaginari – di Kolya, ed eccoci pronti a festeggiare il Den’ Rossii con un giorno di ritardo. C’è tutto: conserve russe e balli improvvisati, vino georgiano e innumerevoli bicchieri di whiskey e cola, insalate come se piovesse, salsicce rigorosamente di maiale e una bottiglia di vodka che ci osserva dal tavolino. Siamo accampati in mezzo a un campo da badminton, ma i giocatori non se ne hanno a male, limitandosi a dirci di scansarci quando arriva la palla.

È da poco stato il Den’ Rossii: siamo tutti amici.

Dopo un certo numero di brindisi molto fantasiosi (“All’amicizia fra i popoli!”, “Alle donne amate!”, “Alle conserve e ai pomodori sotto sale!”) mi accorgo che, tranne me, sono tutti sposati. Non solo: una coppia ha portato con sé la bimba, l’altra aspetta un bambino. Mi sento improvvisamente molto giovane e molto vecchia. Poi mi ricordo che si sono imbucati anche un ragazzo siberiano e sua madre, e mi sento un po’ meno sola.

Per sicurezza, mangio un altro po’ di conserva, contro il male di vivere.

I festeggiamenti proseguono quasi ininterrotti fino alle quattro del mattino, undici ore non stop di danze, salsicce, alcolici, conserve e riflessioni sul disagio dell’esistenza. Alla fine della festa, tutti sanno pronunciare perfettamente parole come Ti amo, Benissimo, Chitemmuorto. La notte fa una ridicola comparsata di un paio d’ore e alle due è di nuovo chiaro. Aspettiamo che albeggi, andiamo a casa. 

“Ma fate così ogni volta che c’è il Den’ Rossii?”

“No!”

“Ah, ecco.”

“Tutti i venerdì!”

Non c’è che dire, buona Festa della Russia anche a voi!

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