CAMPANELLE

Отпусти мне грехи! Я не помню молитв.
Если хочешь – стихами грехи замолю,
Но объясни – я люблю оттого, что болит,
Или это болит, оттого, что люблю?
(“Посошок”)

L’altro giorno mi sono ritrovata davanti l’annuncio della morte di Anastasia Rahlina, che da gennaio 2018 si era fatta monaca con il nome di Iulianija. Anni prima era stata una giornalista, tra le altre cose forse la prima a scrivere di rock e di musicisti. Da un musicista ebbe anche un figlio, ormai trent’anni fa. Da un musicista, o meglio, da un poeta.

Consapevolmente le citazioni delle canzoni non sono tradotte, non me ne vorranno i lettori che non conoscono il russo, ma non me la sento.

Mi diventa difficile raccontare di cose che non ho vissuto in prima persona, che io gli anni 80 li ho passati bambina in Italia, e di che cosa ci fosse al di là del muro, e di dove si trovasse Leningrado, non ne avevo proprio nessuna idea. Il fatto è che un giorno di qualche anno fa, per caso, ho trovato l’anima russa in una canzone.

La prima volta che ho ascoltato “Vanjuša” ho pianto.

Le parole “дyша гyляла / в pyбашке белой / да в чистом поле” per qualche ragione mi risuonarono in testa dopo aver fatto il bagno del Battesimo (Kreščenie), quando ancora per il 19 gennaio le temperature scendevano ben sotto lo zero.

C’è chi lo ritiene uno dei maggiori poeti russi del XX secolo, anche se lui in un’intervista si è definito semplicemente “una persona che canta, con la chitarra”.

Purtroppo anche lui è incluso nel Club dei 27. Sono passati già trent’anni da quel 17 febbraio, quando ne fu ritrovato il corpo ormai senza vita. Suicidio, dicono. Dalla finestra di un appartamento all’ottavo piano di un palazzo della periferia di Leningrado. Giaceva lontano dal muro dell’edificio, come se avesse fatto un salto. In vita diceva spesso che sarebbe voluto diventare vento.

Aveva partecipato alle riprese del documentario “Rock” di Aleksej Učitel’, dedicato al rock sovietico degli anni 80, riprese fatte al “Kamčatka” e durante il concerto V festival rock di Leningrado, del giugno 1987. Tuttavia, ancora durante la lavorazione, aveva detto che no, non voleva apparire. Alcune delle scene sono state aggiunte postume, in un’edizione disponibile solo in DVD. Si vede lui che suona, si vede il suo funerale, si vede una chitarra calata nella tomba, sulla bara bianca. Raccontano che quando suonava si dimenticava di tutto, persino del dolore alle dita. Suonava la chitarra e le corde si macchiavano di sangue. Avrebbe dovuto prendere parte anche al film “Gorod” di Aleksandr Burcev, ma mentre tutti lo aspettavano per girare, arrivò al suo posto Mar’jana Coj, dicendo “non aspettatelo”. Era il 17 febbraio del 1988.

Ho ascoltato per la prima volta le sue canzoni nell’estate del 2003 e non le ho capite. Il mio russo era ancora troppo elementare, le parole erano troppo difficili, la musicalità quasi assente. Probabilmente la mia barriera non era solo linguistica, è che conoscevo ancora troppo poco la Russia. Ho continuato a leggere i suoi versi e ad ascoltare le sue canzoni per anni, mi ha accompagnato in tanti viaggi, mi ha presa per mano e aiutata a scoprire questo paese, ad indagare nei suoi segreti e nella sua “anima russa”.

Quando scriveva c’era ancora l’Unione Sovietica, erano gli ultimi anni, stava arrivando la perestrojka. Quello che è successo dopo lui non l’ha mai visto, questa nuova Russia non l’ha mai conosciuta. Non so se gli sarebbe piaciuta.

Siccome in Unione Sovietica la disoccupazione non doveva esistere ed era necessario che tutti avessero un lavoro, per qualche tempo fu fuochista nella caldaia del seminterrato del palazzo al numero 15 di ulica Blohina, a Leningrado, e fu registrato negli elenchi al numero 1122, dal 03/11/1986 al 17/02/1988. Insieme a lui anche Viktor Coj e tanti altri esponenti della scena musicale rock underground dell’epoca. Ora che Leningrado e il rock club non esistono piu’, in quello stesso spazio è stato creato nel 2003 un locale con annesso un museo, dove sono conservati memorabilia dell’epoca e dove spesso si esibiscono giovani gruppi e cover band (http://clubkamchatka.ru/)

Cerco sempre di essere a Pietroburgo il 17 febbraio e il 27 maggio. Di andare al Kotel’naja Kamčatka ad ascoltare le sue canzoni cantate da altri. Quest’anno senza “Višnja” e “Absoljutnyj Vahter”.

La sua “Vremja kolokol’čikov” e’ diventata l’inno del rock di un’epoca. Sono i campanelli di Gogol’, è la corsa della trojka, la corsa della Russia. Accanto alla tomba negli anni è cresciuta una betulla e i suoi rami oggi sono pieni di campanelle. “Le sue campanelle piano piano si sono spostate dal braccialetto di pelle al cordoncino legato al collo. È da qualche tempo, dicon, che non le toglie più. I campanelli erano diventati per lui il simbolo della fede negli spazi aperti, indispensabili come l’aria… il simbolo di una fede molto russa” (G.Frolova, “Leninskaja Smena”, 14/02/1990).

Я хочу дожить, хочу увидеть время,
Когда эти песни станут не нужны.
(“Как ветра осенние”)
Сегодня умрешь, завтра скажут – поэт
(“Поплачь о нем”, ЧайФ)

Aleksandr Nikolaevič Bašlačëv, 27/05/1960 Čerepovec – 17/02/1988 Leningrad

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