Kal'jannaja, o come ho cercato lavoro a Mosca

Dopo 6 anni di Russia e, più precisamente, di Mosca, mi ritrovai di fronte alla scelta che prima o poi tormenta qualsiasi italiano che si trovi a vivere in questo folle paese. Andarsene o restare?

Avevo imparato il russo discretamente. Avevo completato gli studi universitari. Avevo sperimentato diverse opzioni abitative, vivendo in diversi dormitori universitari (leggi: avventure con gli scarafaggi e con daghestani che rubano padelle), in un appartamento in centro in condivisione con altre ragazze (leggi: avventure con coinquiline che organizzano bordelli in cucina), in un monolocale in periferia (leggi: ore passate in metro). Avevo viaggicchiato (neanche tanto, ma poteva passare) per la Russia. Avevo fatto istruttive esperienze lavorative in campi diversi, a cui avevo volontariamente posto fine. Avevo allegramente intrapreso numerose relazioni sentimentali più o meno lunghe, più o meno serie, con uomini più o meno russi in cui avevo più o meno creduto. Tutte tragicamente finite con tanto di drammatiche passeggiate solitarie notturne per una metropoli inondata di lacrime. Le mie. Come nei peggiori film. Insomma avevo esaurito le scuse oggettive per restare e non sapevo più a cosa aggrapparmi. Il mio visto lavorativo rilasciato dall’università dove non avrei più insegnato era in scadenza entro 2 mesi.

Cominciai a cercare lavoro. Siti specializzati, annunci sui social network, vagonate di email con in allegato il mio curriculum da filologo disperato. Ma con la speranza di trovare un impiego che mi avrebbe permesso di crescere come interprete. Il mercato del lavoro a Mosca è ricco di opportunità, dinamico e a volte inverosimilmente romanzesco. E infatti un giorno mentre stavo nel mio anticafè preferito (a coprire un buco di 7 ore tra due lezioni traducendo un testo noiosissimo) mi contattò un recruiter con una foto profilo e un nickname su Telegram piuttosto dubbi. Mi disse che in una piccola azienda nel campo dell’informatica serviva un interprete che avrebbe accompagnato uno dei capi durante i suoi viaggi. L’attività della piccola azienda era in crescita, mi avrebbero pagata bene, ufficio in centro, lavoro interessante. Insomma, ‘na ficata. Andai subito a incontrare gli assistenti del grande capo, dei ragazzi giovani e amichevoli con i quali ebbi un’informale e piacevole conversazione e che mi invitarono a incontrare il grande capo due giorni dopo. Uscii da lì in uno stato di incredula fiducia nel futuro.

Generalmente i russi si tengono queste notizie per sé, essendo scaramantici quando si tratta della ricerca di un nuovo impiego. In effetti un primo colloquio andato bene non vuol dire niente, i candidati sono decine. Perché scomodare i propri cari per così poco… E se poi va male? Tanti anni a contatto con i russi da questo punto di vista non hanno avuto alcun effetto su di me, che ovviamente bombardai le mie amiche di messaggi vocali lunghi 5 minuti, feci una chiacchierata telefonica di un’ora e mezza con mia madre e contattai quasi tutti i miei ex di cui sopra per un “consulto maschile”. Il caso volle che io non sapessi nulla del mio potenziale futuro settore professionale, mentre loro in un modo o nell’altro lo potevano conoscere. Uno di loro rispose con disinteresse che non ne sapeva granché. Un altro mi chiamò tutto agitato dicendo che non ne sapeva granché ma era quasi sicuro che fossero dei tizi loschi e avrebbero chiuso entro pochi mesi e io mi sarei ritrovata senza niente in tasca e si salvi chi può. Ha tra l’altro borbottato qualcosa sulla necessità di lasciare il paese e su stranieri fucilati non ho capito quando. Un altro ancora accolse la notizia con grande entusiasmo, disse che era un’ottima opportunità e sguinzagliò tutti i suoi conoscenti nel settore per indagare su quest’azienda per poi dirmi che in realtà era un pesce grosso. Una delle amiche il cui ufficio si trovava vicino al mio possibile futuro posto di lavoro cominciò a pianificare lunghe pause pranzo insieme. Io andai in palestra per sentirmi in forma, mi misi una gonna nera non troppo aderente e una camicia bianca bella stretta e andai al colloquio.

Il recruiter mi aveva avvisata che il posto in cui sarebbe avvenuto, che non era l’ufficio dell’azienda, mi sarebbe sembrato un po’ strano. Mi aveva anche avvertito che il grande capo poteva esprimersi in modo informale e a volte scurrile, che non avrei dovuto scandalizzarmi e avrei dovuto semplicemente trarre piacere dalla conversazione con un tipo così fiero e carismatico. Io avevo riso: figuratevi se mi faccio problemi per qualche parolaccia!

кальян

Il posto in cui sarebbe avvenuto il colloquio era, più precisamente, una kal’jannaja. Cioè un locale in cui oltre a cibi e bevande si serve il kal’jan, cioè il narghilè. Ma pure io sono una tipa fiera e non mi scandalizzo mentre l’assistente del grande capo, una bella ragazza spremuta in un paio di pantaloni rossi, mi guida tra le stanze di questa kal’jannaja sotterranea, quasi deserta, buia e piena di fumo. Mi mette ad aspettare seduta su un divanetto troppo morbido dal quale faccio finta di leggere qualcosa di estremamente interessante sul telefono. In realtà non ho niente da leggere: internet mobile non prende, non ho la password del wi-fi e non voglio allontanarmi per cercarla. Ma l’attesa non dura a lungo e io, tutta carina nella mia camicetta bianca, entro nell’ultima stanza della kaljannaja, dove, sembra, il grande capo passa buona parte del suo tempo.

Mi fanno accomodare su un divanetto scuro di fronte a un omone muscoloso, alto e pelato vestito di nero, comodamente stravaccato su una poltrona. La gamba è malamente accavallata e dal tavolino basso spunta un anfibio nero slacciato. Gli occhi perspicaci mi scrutano con severità e ostentano la totale assenza di un sorriso in risposta al mio. L’assistente invece mi sorride incoraggiante. Comincio a raccontare chi sono, cosa so fare, cosa ho fatto finora. Il grande capo continua a interrompermi chiedendomi informazioni sempre più specifiche ed esibendosi in una smorfia di sufficienza a ogni parola che non gli va giù. Io rispondo con sicurezza, ma capisco di affondare un tantino a ogni suo colpo. L’avversario cerca ora di confondermi con qualche domanda random. Un po’ ci riesce. Mi chiede quanti amici ho su Facebook e robe simili. Mi provoca con qualche commento aggressivo. “My s toboj svjažemsja”, “Ti facciamo sapere”, mi dice. Sì, perché mi dà del tu. Il contatore dei sorrisi è ancora fermo sullo zero.

Mentre esco lo stato di incredula fiducia nel futuro si trasforma nella più piena consapevolezza della mia condizione di instabilità. E in rabbia verso me stessa per non essere stata capace di tenergli testa fino in fondo. Ma qualcosa la Russia me l’ha insegnato e io mi dirigo all’appuntamento con l’amica della pausa pranzo, pregustando un bel bicchiere di vino. O forse due.

Un pensiero su “Kal'jannaja, o come ho cercato lavoro a Mosca

  1. bellissimo , in questa storia traspare la voglia e l amore pazzzesccco per mosca, la paura di ritonare si avverte tantissimo.
    complimenti da brividi e mi rispecchio nel gtande amore che hai per mosva
    pietro

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