COME SI VIVEVA SENZA I SOCIAL (E SENZA SAPERE I VERBI DI MOTO)

C’era una volta una vita senza internet e social network. C’era anche la Russia, e anche lei stava tranquilla con poco internet e senza social network. Erano gli anni gloriosi degli internet café aperti 24 ore, con i ragazzini che giocavano ai giochi sparatutto e gli studenti stranieri che cercavano di mantenere qualche contatto con la madrepatria. In questi internet café generalmente c’erano dai dieci ai venti computer, c’era un administrator che forniva di malavoglia i foglietti con le password, c’era un bar gestito sempre dallo stesso administrator, che, quando non era fuori a fumare, cioè molto spesso, serviva semi di girasole, birra, patatine e bibite gassate di vario tipo e colore.

Sono stata recentemente ospite da un’amica e una sera parlando e raccontandoci aneddoti del passato russo e non, mi ricordai dei primi tempi a Piter, quando alle difficoltà del clima ostile e del buio semi perenne della fine di gennaio al nord, si aggiungevano quelle date dalla lingua, che ancora non padroneggiavo con consapevolezza, e dalla scarsità dei mezzi di comunicazione moderni.

Capitammo una sera io e la mia amica L. in uno studentato dove abitava un amico. Non ricordo se andammo di nostra spontanea volontà, o se fummo trascinate dagli eventi, o se io seguii bovinamente la mia amica, che al tempo era già integrata e quasi a suo agio tra studenti squattrinati e gopniki della periferia nord di San Pietroburgo, mentre io ero arrivata da poco e ancora non capivo bene come funzionassero le cose e quale fosse il mio posto.

Capitammo quindi da questi amici e prendemmo posizione in corridoio, che le stanze erano piccole e spesso sovraffollate.

E in quel corridoio sporco, con i muri scrostati e l’intonaco in terra, con le finestre senza tutti i vetri, conobbi quello che per la settimana successiva sarebbe stato l’amore della mia vita di ventitreenne italiana in Russia. Come spesso (mi) succede, mi innamorai di lui perché era bello. Probabilmente aveva anche delle altre qualità, ma il mio russo era scarso, e, in fondo, non basta una vita per conoscere una persona, figuriamoci tre giorni.

Era bello, suonava la chitarra in un gruppo e conosceva a memoria le poesie di Pushkin. E vestiva di nero.

Biondo, con i capelli unti, le occhiaie pronunciate e forse non tutti i denti sani, aveva l’aspetto emaciato di un qualunque Dracula del ventunesimo secolo, con la pelle chiara a contrasto con l’abbigliamento. Portava un cappotto lungo di pelle nera. E gli anfibi ai piedi. Un po’ un Kurt Cobain versione sovietica, ma forse meno sano.

Non ricordo come iniziammo a parlare, e in effetti anche come parlammo, ma io ero molto felice perché mi notò è quella sera mi fece anche un pochettino la corte.

Forse perché aveva riconosciuto lo stesso colorito grigiastro dato dalla mancanza di sole, o le occhiaie profonde per la mancanza di sonno. Si viveva all’epoca semplicemente, mancava tutto. Dei prodotti italiani nemmeno l’ombra, o se c’era l’ombra non era comunque alla portata delle nostre finanze studentesche. Mancavano i cellulari (ma il telefono fisso per le chiamate in città era gratis). Mancava il sole, mancavano i gradi, quindi ci si scaldava a sigarette e vodka vicino alle finestre aperte a -15.

Insomma quella sera rientrai a casa tutta contenta, qualche giorno dopo gli amici passarono da noi e se lo portarono dietro, lui mi disse che di lì a breve sarebbe partito ma “dammi il numero di casa, prima di partire ti chiamo per salutarti e se riesco magari passo a trovarti”.

All’epoca alcuni dei miei amici russi avevano già il cellulare, ma ovviamente i soldi per il credito non bastavano mai. E costava sia chiamare che ricevere le chiamate. In effetti avere il cellulare era piuttosto oneroso, e lo si usava con parsimonia. La compagnia telefonica che a Pietroburgo andava per la maggiore, la North-West GSM, offriva tariffe per cui non c’era scatto alla risposta e i primi cinque secondi di chiamata erano gratuiti. In questo modo, per dire ci troviamo nel tal posto alla tal ora ci potevano volere anche dieci minuti, ma gratis se suddivisi in tanti piccole chiamate della durata di meno di cinque secondi.

Saša (sì, si chiamava Saša, ci sono tanti Saša in Russia) fu uomo di parola, qualche sera dopo, prima di partire, chiamò davvero sul fisso e chiese di me. E come tutti a quel tempo suddivise la telefonata in tante piccole chiamate corte. E mi disse che il giorno dopo… poi infilò in rapida successione tre (tre!) verbi di moto (croce di ogni studente di russo che si rispetti) e riattaccò. E io rimasi lì, inebetita sulla poltrona, cercando inutilmente di ricordare e tradurre la frase, con il dubbio “ma domani quindi passerà a trovarmi oppure no?”.

Per non sbagliare la sera dopo mi preparai per bene, nonostante a causa di un guasto fossimo anche rimasti senza acqua calda (era febbraio ed eravamo a -20).

Di Saša ovviamente nemmeno l’ombra.

E non saprò mai se in effetti fui vittima di un grosso pacco, o se fu solo colpa della mia ignoranza della lingua russa.

Non vidi mai più Saša e non ne ebbi più notizie. Potrei cercarlo sui social, adesso che sono passati 15 anni e sono stati inventati. O potrei semplicemente mettermi a capire i verbi di moto, che comunque bene bene ancora non li ho mica imparati.

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