UN OMAGGIO A DEDUŠKA

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Per leggere della vita e delle opere di Vladimir Jaške, oggi, basta avere una connessione internet e aprire Google o Wikipedia. A me Jaške, il 5 aprile 2014, ha raccontato dell’ultima sera di vita di Bašlačëv. Nessuno in realtà può dire come andarono realmente le cose, chissà se è tutto vero o se l’alcol ha confuso tempi, luoghi e ricordi, ma voglio dire grazie a chi a voluto condividere questa storia con me.

— c’era una festa, gente che andava e veniva… SašBaš faceva avanti e indietro, girava di qua e di là, io gli dico non andare via, non andare da nessuna parte, poi è sparito, io gli sono corso dietro e ho fatto in tempo a vedere come lo hanno fatto sedere in macchina, FAT-TO SE-DE-RE, lui si è seduto, mi ha salutato così con la mano…

— l’hanno fatto sedere o si è seduto da solo?

— che differenza fa, era ubriaco. Non fa alcuna differenza.

— ti ricordi tutto, deduška, dai, sputa il rospo

— ma che ne so io di cosa successe, l’hanno portato via e fine, è questa la tragedia.

— e quali sono i tuoi pensieri?

— quali vuoi che siano i miei pensieri? Cattivi pensieri… non lo so io, che cosa ne penso, e tu mi chiedi cosa ne penso? L’hanno preso degli estranei, gente che non avevo mai visto, l’hanno fatto sedere in macchina e l’hanno portato via, lui mi ha fatto tipo un saluto con la mano e fine, questo è tutto… io iniziai a chiedere a Vitja e agli altri, ma a nessuno fregava niente… porca miseria, a quel tempo a nessuno fregava niente, tutti facevano festa sulle scale di Vitja, e tutto il cortile era pieno di gente sconosciuta. Io non penso niente. Penso solo che l’hanno preso e fatto sedere in macchina e poi è stato buttato dalla finestra. Ecco quello che penso. E non credo a tutta questa storia del suo… suicidio, non ci credo.

La persona che a quel tempo frequentavo mi portò in un pomeriggio di febbraio al Palazzo di Marmo di San Pietroburgo, dove era in corso la mostra personale di Vladimir Jaške, chiamato “deduška”, nonno, dei Mit’ki, siccome era il più anziano di tutti. Dopo la mostra mi disse: “Provo a chiamarlo, se è in condizione (non troppo ubriaco, ndr) possiamo andare a trovarlo, abita non lontano da qua”.

Mezz’ora dopo entravo nell’appartamento io credo più fatiscente cha abbia mai visto. Muri scrostati, polvere dappertutto, resti di cibo, sporcizia, mobili e oggetti ammassati alla meno peggio e un odore che non so descrivere, se non come di decomposizione. Mi sono seduta sul bordo di una sedia, mi sono guardata intorno e volevo piangere, perché nel quartiere di San Pietroburgo a me più caro, nel bello dei palazzi e nella pace dei canali, non può e non deve esistere il degrado. E invece.

Accanto a un tavolino stava accucciato un uomo di una quarantina d’anni, magro, con la pelle cadente, i denti marci e le mani tremanti. Si chiamava Saša e sarebbe morto di lì a un paio di mesi di cirrosi epatica.

Per terra era seduto un cane.

Su un divano logoro e sfondato, deduška. Faccio fatica a descriverlo e a parlare di lui, perché mi è molto difficile capire come possa l’essere umano vivere in certe condizioni e a volte le parole non sono sufficienti. Faccio fatica a trovare il genio nascosto sotto la polvere e messo a tacere dalla vodka, perché ho visto una persona quasi cieca e che tiene a stento in mano i pennelli. Faccio fatica a trasmette l’odore del degrado su un foglio di carta. Eppure. Dicono che colori li portasse dentro e li trasmettesse poi sulla tela, nei suoi lavori. I suoi quadri sono davvero belli.

A quella prima visita, durata diverse ore, ne seguirono altre. Una volta, ricordo, mi accompagnò alla porta, nonostante la fatica di alzarsi e le gambe malferme, e mi salutò con un abbraccio e un sorriso. Mi regalò un libro, su cui fece una dedica e la sua firma a forma di fiore.

Qualche giorno dopo la mia ultima visita, nell’appartamento di deduška morì Saša. Lo trovarono dopo tre giorni. Deduška, in запой (dipsomania, stato di alterazione causato dal consumo prolungato di alcolici, ndr), aveva fatto cadere il telefono nel water e non aveva potuto chiamare nessuno, per cui si era messo in poltrona a bere e dormire, aspettando che qualcuno arrivasse o forse solo che succedesse qualcosa. Così passò tre giorni accanto a un cadavere.

Nel 2015 su di lui è uscito un documentario, “Delirium of Paradise” (Безумие Рая).

Il 7 aprile 2018, nell’ospedale cittadino №14 di San Pietroburgo, Vladimir Jaške è morto.

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http://jaschke.ru/

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