zero zero sette

bond
Quando sono venuta in Russia per la prima volta mi ha divertito molto scoprire che il prefisso del paese è +7, ovvero 007. Mi è sembrato che fosse molto più facile da ricordare rispetto allo 0039 italiano, allo 0044 inglese o allo 0049 tedesco.
Solo che quando io sono venuta in Russia ero ancora una persona che non si interessava affatto di cinema e che, quindi, forse aveva visto di striscio qualche scena di 007 alla tv, ma non aveva mai guardato un film con James Bond per intero, né aveva idea di come fossero fatte le facce di Sean Connery, Pierce Brosnan e compagnia bella.
E scusatemi, è un’anomalia. Da bambina mi hanno detto che era meglio leggere prima il libro e poi guardare il film, così è andata a finire che ho letto La Sirenetta della Disney e poi quella in versione originale e poi, certe volte già non mi interessava più guardare il film, perché ce l’avevo già nella mia testa. Ripiegavo, per soddisfare il costume di stare seduti periodicamente dietro a uno schermo, su Sailor Moon, che in età più tarda è diventato Dawson’s Creek e poi Sex and the City. In compenso, mentre guardavo Dawson’s Creek leggevo l’Idiota per la prima volta, quindi, ecco, non accetto facce scandalizzate. Fino all’altra sera io non avevo mai guardato un James Bond.
Ho deciso di guardarlo perché ci sono dei progetti in fase di realizzazione, progetti di informazione e diffusione della cultura russa e di sviluppo della coscienza interculturale, che richiedono che io mi metta a studiare anche come funzionano il cinema e le macchine da presa. Una parte di questo progetto comprende un videoblog. Uno degli episodi di questo videoblog dovrebbe raccontare come gli stranieri vedono la Russia oggi, come immaginano l’Unione Sovietica, e dovrebbe poi mettere a confronto queste immagini con quelle proposte dai russi che vivono in Russia e che hanno vissuto in Unione Sovietica. Una delle idee è quella di sovrapporre scene di vecchi film occidentali in cui compaiono stereotipi sulla Russia a scene delle nostre interviste. Per fare questo, però, bisogna sapere quali scene usare e dove andarle a prendere, ed è per questo che, insieme a vari documentari della propaganda antisovietica americana, mi sono andata a cercare i film di James Bond.
Ed e’ stata un po’ una delusione, perche’ poi una che non guarda mai un film sente tutta la vita parlare di un eroe, e poi si ritrova davanti una specie di Ken che non e’ nemmeno un Casanova, ma molto piu’ un farfallone con la pistola e i giochini dell’Ispettore Gadget.
Cominciamo da From Russia with Love.
Question number one. Dov’e’ la Russia? Nel film ce n’e’ pochissima, se non per niente. Il che non significa che non ci sia affatto. L’assenza di una cosa puo’ indicarne una forte presenza a livello simbolico. In questo caso particolare possiamo dire che la Russia e’ IL MALE.
Question number two. Il ruolo della donna. La Russia è donna, si fa trovare nel letto, ci si fa sesso subito, poi le si da due schiaffi senza problemi non appena si sospetta di lei (ma perché? non lo sapevi che era una spia? quando la prima sera ci sei andato a letto avevi nascosto la pistola nel sedere?), ed è circondata da un mare di altre donne minori non solo come personaggi, ma proprio in quanto donne: la segretaria alla quale Bond morde il lobo, la danzatrice del ventre che gli si butta addosso nel campo degli zingari, le zingare che fanno a botte rotolandosi per terra. Scene che a me non so se mi fanno ridere o se mi fanno cadere le braccia. Oltre al fatto che l’alta concentrazione di sesso mostrato in versione soft secondo gli standard degli anni ’60, botte, gadget tecnologici e charme britannico mettono in secondo piano la trama, che mi risulta non dico incomprensibile, ma quasi. Cioè, io non capisco, veramente, quali sono il capo e la coda della storia.
Siccome ero rimasta delusa da From Russia with Love, mi sono cercata un altro Bond dove di Russia doveva essercene un po’ di più: Goldeneye, del 1995, con Pierce Brosnan. Dire che mi è piaciuto di più è una parola grossa, ma almeno un po’ di Russia in più c’era e per questo il livello dei personaggi femminili si elevava, anche se di poco.
Voglio dire, ci sono una pazza sessuomane che pare aver visto un gelato sia che riduca il nemico come un colabrodo, sia che si stringa tra le gambe fino all’asfissia un amante (la cattiva), e poi c’è una umile impiegata con il cardigan e la gonna sul ginocchio (la buona), laureata in ingegneria o qualcosa del genere, che urla non appena si muove qualcosa e ha bisogno della protezione del maschio, ma che in compenso, bello e buono, sorprende il belloccio inglese con uno scatto di autonomia, un rapido smanettamento cibernetico, e una rivincita sul nerd sovietico che, non si capisce perché, non gli fa né caldo né freddo attivare un’arma di distruzione di massa, purché possa essere il più fico del reame.
Insomma, ai miei occhi fini (fini?) abituati alla lentezza della lettura o desiderosi di richiami simbolici, James Bond è sembrato un’accozzaglia di slinguazzamenti, sparatorie, voli e impossibili sopravvivimenti – tipo l’amico anelante vendetta che cade da un’altezza di una cinquantina di metri e ancora non muore: ma dai!
Per questo, se voglio vedere la Russia con gli occhi degli altri, mi tocca ripiegare, fino a nuovo ordine, su qualcosa tipo propaganda antisovietica negli Stati Uniti in bianco e nero: sentite che voci altisonanti! Ricordano un poco la buonanima (così mio padre chiama il Duce). Purtroppo la realtà (e le sue manipolazioni), mi attraggono sempre più della fiction.

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