Turismo semiologico al seggio elettorale

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Ieri in Russia era la giornata unica per le elezioni: si votava in tutte le regioni a seconda della necessità, e a Mosca si votava per la Mosgorduma (Moskovskaja Gorodskaja Duma), il “consiglio cittadino”. Ogni quartiere aveva da scegliere tra un gruppo di candidati; tutti hanno ricevuto la lettera del sindaco Sobjanin, membro del partito Edinaja Rossija (Russia Unita), del quale fa parte il presidente Putin. Ecco la foto e la traduzione:
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Salve.
gentile ***!
Domenica 14 settembre si terranno le elezioni del Consiglio Cittadino di Mosca. In questo momento importante per la nostra città ho deciso di rivolgermi direttamente a Lei.
In qualità di sindaco di Mosca, provo a conservare tutto ciò che di buono è stato fatto da molte generazioni di moscoviti, e a rendere la nostra città ancora più bella e confortevole.
Nel mio lavoro cerco di ottenere il supporto della maggioranza dei deputati del consiglio comunale. Senza il loro consenso non possono essere approvate leggi, budget o altre decisioni importanti.
Insieme ai deputati sono riuscito a raggiungere risultati importanti. Abbiamo trovato nel budget nuovi fondi per accelerare la costruzione della metropolitana, aumentare lo stipendio dei medici e degli insegnanti, migliorare lo stato dei cortili, dei parchi e delle piazzette, realizzare molti altri buoni propositi.
Ma, ovviamente, c’è da fare ancora tanto.
Per questo, scegliamo insieme per il Consiglio dei deputati che non vengano meno, che non si mettano a politicare o ad autopubblicizzarsi, ma che con impegno e decisione difendano gli interessi dei moscoviti. Tra i quali ci sono, si capisce, anche i Suoi interessi.
Le chiedo di recarsi il 14 settembre al seggio elettorale e di dare il Suo voto ad un candidato degno di prendere il posto nel Consiglio Cittadino.
Sinceramente Suo,
Sergej Sobjanin
In questa lettera ho trovato una nuova parola: politikantstvo. E’ un sostantivo, l’ho tradotto con il verbo “politicare”. Significa “fare finta di fare politica”, “fare una politica centrata sull’ideale in sé e non sul servizio al cittadino”, “fare rumore e disfattismo politico – importo la parola disfattismo dal lessico fascista, senza attenzione all’ordine e alla stabilità nella comunità e nel paese”. O almeno, è quello che io capisco che significa, intuendolo dal contesto della lettera e dal contesto della cultura politica locale. Ultimamente sto leggendo Richard Sakwa per capire: è un mio ex professore della University of Kent at Canterbury; ha studiato all’MGU durante l’Unione Sovietica, scrive di politica e storia russa contemporanea, ed è illuminante. Per questo, dopo aver letto alcuni riferimenti del libro Putin: Russia’s Choice al Manifesto del Millennio, documento stilato dall’attuale presidente nel 2000, prima delle elezioni presidenziali, e dopo aver parlato con “Ivan”, l’eroe russo dei miei post, credo di aver dato una definizione verosimile della parola politikantstvo. Presto vi racconterò anche del libro di Sakwa, spero.
I seggi elettorali russi sono come quelli italiani, si trovano nelle scuole pubbliche, fuori c’è la polizia, l’ambulanza o un gruppo di infermieri, dentro ci sono i poster con le informazioni sui candidati, il lungo tavolo con gli scrutatori, le cabine, le urne.
Ci sono anche delle differenze interessanti. La prima è che nell’atrio della scuola è disposto un buffet organizzato dalla mensa, dove si possono comprare panini, pirog, muffin, merendine e bibite. Le signore che servono al buffet sono molto gentili e accomodanti; ho chiesto per favore di lasciarmi fare una foto, perché da noi in Italia questa non l’avevo mai vista, e loro: “Ma com’è possibile? Non vi fanno mangiare dopo aver votato? Dovete subito passare e assaggiare, dopo!”
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Davanti al poster con i candidati, Ivan e io abbiamo chiacchierato per alcuni minuti con un tipo che non sapeva chi votare. A me piaceva una tipa dell”83, senza partito, che è stata giornalista, ha creato il servizio di messa in onda delle sedute della Duma, e ha fondato da sola la sua compagnia di comunicazione. Ivan mi diceva che non ha mica fatto niente di eccezionale, sa farlo anche lui; e io gli ho risposto che se sa farlo anche lui, perché non l’ha fatto? E’ un po’ come il discorso del quadrato nero di Malevich: tutti sanno disegnare quadrati, ma nessuno ha l’idea che si può presentare un quadrato e costruirci dietro una teoria della rappresentazione. E’ intervenuto il tipo, ci fa: “Guardate questo, è verde. Un verde sicuro non può fare niente di male.” E poi c’era una dell”88, con una sola macchina come proprietà, che studia ancora e che era candidata con l’LDPR, il partito liberal-democratico russo, che detta così sembra una cosa bella… ma è il partito di Zhirinovsky. “Poveretta,” ci siamo detti.
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Mentre Ivan faceva il suo dovere di cittadino, io mi sono messa a fare le foto con discrezione, e quasi con una punta di pudore. E lui invece mi ripeteva: “Ma che te ne frega?” Non so da dove mi venga questa eccessiva educazione in fatto di fotografie in momenti sacri come le messe o le elezioni.
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Un’altra differenza interessante è che le urne russe sono trasparenti. Perché? Non ne ho idea, ma ho subito pensato a una cosa: quando voto in Italia, vedere la scatola di cartone mi dà sempre la sensazione di non avere la certezza di quello che c’è dentro; e sì, mi spiego che non ho il diritto di vedere cosa c’è dentro perché questo garantisce la segretezza del voto. Vedere l’urna trasparente mi ha dato la sensazione che tutti sanno che lì dentro ci sono solo e soltanto i biglietti elettorali: non si può imbrogliare. Però, d’altro canto, la gente non si prende la briga di piegare in quattro parti un solo biglietto, in modo che non si legga dove hanno messo la croce. Perché no? Ivan risponde: “Se vuoi puoi piegare il biglietto; non è che lo lasci aperto per qualcosa. Va a come ci gira.”
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I biglietti, poi, non sono di carta spessa, colorata e probabilmente poco ecologica come i nostri, con una grafica studiata apposta: sono semplici fogli A4 sottili con una tabella nella quale c’è la lista dei candidati con, ancora una volta, una breve descrizione di quello che fanno nella vita.
A votare, poi, non si va con la tessera elettorale, ma col documento di identità.
Le cabine, che una volta erano come le nostre, per qualche motivo sono diventate delle specie di mobili in stile IKEA, la parte anteriore è chiusa, in modo da garantirti la privacy mentre metti la crocetta, ma tutt’intorno si vede chi sta votando e ci si può avvicinare senza problemi.
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Sul poster che ricorda agli elettori chi sono i candidati non c’è scritto solo nome, cognome, luogo di nascita, istruzione, professione, partito politico o assenza di partito: c’è scritto anche quanto guadagnano in un anno, se hanno delle proprietà, quanti conti in banca hanno e quanti soldi ci sono. Perché?! Ivan: “Non lo devono scrivere per forza.” Sì, ma perché si usa scriverlo? A cosa serve saperlo?
In realtà forse a qualcosa serve. Insomma, noi non vorremmo fare i conti in tasca ai nostri politici prima di mandarli a fare il loro lavoro e poi lamentarci perché i conti non ci tornano? Da un altro lato: non si rischia di votare una persona lasciandosi influenzare dalle sue possibilità economiche?

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Lei nel 2013 ha guadagnato 3.925.160 rubli (circa 80.000 euro) Possiede un terreno di 1530 m2 nella regione di Vladimir, una casa di 156,8 m2 nella regione di Vladimir, un appartamento di 98,6 m2 a Mosca, una Toyota Camry del 2011 e cinque conti in banca per un totale di 701686 rubli (circa 15000 euro)
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Lei non ha niente, ma gira con una Mitsubishi Outlander del 2013.

Non ho una risposta alle domande. Mi piacerebbe soltanto che anche voi notaste le differenze e vi domandaste perché. Così, non per trarre delle conclusioni spicciole sulla qualità dei sistemi democratici, ma per fare esercizio di pensiero e di amore del diverso.
Nei muffin, comunque, c’era l’uva passa, e per strada dal cielo grigio cadeva una sottile pioggerellina sui cappucci delle nostre felpe. Ci siamo fermati al supermercato a comprare un paio di arance e poi siamo passati per il parco, dove c’era una piccola fiera dei prodotti della regione di Tula: miele, conserve, calze di lana. Arriva l’autunno e mi ricordo i miei settembre di venti anni fa, quando le foglie erano già gialle, portavamo gli stivali di gomma per andare a scuola e a casa del nonno facevamo i disegnini sul bloc-notes dell’Unità.

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