Luxuria non è un'eroina

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Ieri Luxuria è stata arrestata a Sochi, dove si trovava per assistere ad una partita di hockey, mi pare di capire, perché sventolava una bandiera arcobaleno, simbolo dell’LGBT (lo leggo in russo per abitudine: elghebeté), “alla faccia di Putin”.
Ne ho lette diverse, in queste ore, e da italiana che vive in Russia sento il bisogno di esprimere la mia opinione e di mettere al corrente i non russi di cose che si danno per scontate, forse un po’ per ignoranza. E lo faccio una prima volta non in inglese, sull’eco di una critica esposta durante questa vicenda, perché in Italia molte persone non parlano inglese e sicuramente non parlano in inglese la metà delle persone che mi leggono. E si può dire che io sia fortunata ad avere il 50% dei conoscenti che parla in inglese.
Nichi Vendola ha definito Luxuria “ribelle, libera, senza paura dei gendarmi della moralità di Stato”. Io, scusatemi, con tutto il rispetto per una persona che ha tutto il diritto di manifestare per una causa che sente anche sua, mi si rivoltano gli intestini. Innanzitutto questa frase assimila un po’ la ribellione alla libertà, e già questi sono due concetti che nella società europea vengono troppo spesso assimilati, al punto che non ce ne accorgiamo neanche più e che ci sembra davvero che la libertà sia ribellione, tanto che si ribellano tutti e ribellarsi va così di moda che non si nota nemmeno più quando qualcuno si ribella per davvero. Secondo, bisognerebbe specificare questi gendarmi della moralità di Stato, a quale Stato appartengano, perché per quanto io stessa mi definisca cittadina del mondo, è pur vero che abbiamo dei passaporti e dobbiamo attraversare dei confini non solo materiali, ma politici, burocratici, economici, per entrare in altri Stati, e questo è la dimostrazione pratica che non esiste un solo Stato.
Inoltre, bisognerebbe capire a cosa si collega a livello più generale la “questione omofobia” in Russia, e questo la maggior parte della gente che in Russia non ci vive, non lo sa, eppure usa senza ritegno né rispetto informazioni a metà per alimentare una guerra mediatica che non serve ad altro, in senso lato, che a definire l’identità dell’Occidente in opposizione all’identità Russa che è essa stessa in fase di definizione (e in parte la legge anti-gay è uno strumento che denuncia questo processo di autodefinizione). Detto in parole povere: noi siamo i buoni, loro i cattivi; noi siamo liberi, loro sono schiavi; noi viviamo tranquilli “nelle nostre tiepide case”; loro vengono arrestati “per un sì e per un no” (cito Primo Levi).
Incollo da rainews:
“L’obiettivo, naturalmente, è quello di protestare contro la legge omofoba di Putin, quella che vieta pretestuosamente la propaganda gay in presenza di minori”, aveva spiegato Luxuria poche prima dell’arresto, mentre stava acquistando all’aeroporto di Sochi i biglietti per andare a vedere una partita di hockey. Ci voleva andare vestita come appare nella foto pubblicata su Twitter “Con i colori rainbow. Sono un arcobaleno vivente, sono i colori della bandiera della mia squadra”, aveva spiegato usando una metafora sportiva. “La mia – aveva osservato Luxuria – è una provocazione contro una legge assurda, che usa il divieto della propaganda gay ovunque ci siano minori come pretesto per non parlare dell’omosessualità, nel pregiudizio che si possa trasmettere per il solo fatto di discuterne”. Nel 2007 Vladimir Luxuria era stata Mosca come deputata di Rifondazione Comunista per protestare contro il divieto del gay pride e, insieme all’eurodeputato radicale Marco Cappato e altri esponenti politici europei, era stata aggredita da gruppi di nazionalisti e ultra ortodossi. –  See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/luxuria-arrestata-a-sochi-c4c65b4e-3a54-4009-95e1-7712d5583678.html#sthash.0utata9J.dpuf
Io mi domando: sì, a noi questa legge che hanno fatto in Russia sembra assurda, perché da noi, almeno a livello ufficioso, l’omosessualità è stata riconosciuta come una congenita preferenza sessuale, piuttosto che come una malattia; ma è giusto muoversi dal proprio paese per andare a protestare in un altro che adotta queste leggi non per un semplice e ingiustificato odio, ma perché ci sono culturalmente le basi per adottarle, ovvero che l’omosessualità non è ancora riconosciuta come una norma, ma anzi, viene spesso considerata una malattia?
Attenzione, non sto dicendo che è una malattia secondo me, o che è giusto considerarla una malattia. Sto solo dicendo che ringraziando il cielo siamo tutti diversi e sono diversi i paesi in cui viviamo, e che il fatto che abbiamo raggiunto delle tappe che noi consideriamo traguardi non implica necessariamente che queste tappe siano traguardi (almeno in questo momento storico) per qualcun altro. Detto questo, sì, ok, magari può essere giusto andare, con un regolare visto, in un altro paese a protestare per un diritto che nel tuo paese hai. Si tratta di fratellanza tra i popoli. (Però non vai nei paesi arabi a protestare contro l’infibulazione, in USA a protestare contro la pena di morte, in Cina a protestare contro lo sfruttamento dei bambini e lo sterminio delle femmine, ecc. Perché scegli di rischiare l’incarcerazione per un diritto piuttosto che un altro?)
Sì, perché se vai a Sochi e ti metti a sventolare la bandiera dell’LGBT, rischi l’incarcerazione. Mi pare che questo dovesse essere chiaro a chiunque abbia letto i giornali durante tutto l’anno che ha preceduto le olimpiadi di Sochi. Anche le Pussy Riot, sono sicura, quando sono andate a manifestare nel tempio di Cristo Salvatore, sapevano benissimo cosa rischiavano. I russi lo sanno benissimo che in Russia non c’è la stessa libertà di parola che c’è, per esempio, in Italia, e non solo, lo stesso Putin dichiara apertamente che “in Russia non c’è la libertà di parola”. E non si tratta soltanto di un fatto regolamentato dalla legge, ma di una questione culturale molto più antica nella quale, mi sembra, non possiamo arrivare noi freschi freschi dal nostro dorato Occidente per intrometterci, senza rispetto per i tempi di accettazione delle novità storiche da parte di un popolo che ha le sue abitudini e, tra l’altro, un mare di altri problemi che hanno molta più urgenza di essere risolti.
Innanzitutto, e l’ho già detto, per molti in Russia l’omosessualità è ancora considerata, se non una malattia, un atteggiamento immorale. Non solo. Il popolo russo è per abitudine, e già prima del periodo sovietico, un popolo abituato alla discrezione: non è vero che in Russia non si può essere gay, è vero che non lo si può mostrare. “Non puoi mostrarlo” non significa che non puoi essere gay quando stai con gli amici, significa che non puoi fare “propaganda”, e non è un caso che qui venga usata la parola “propaganda”, dal sapore decisamente politico, in una questione che di politico, invece, dovrebbe avere molto poco. Infine, la Russia è un paese in cui si è abituati a non parlare di politica o di sesso pubblicamente e questo non per via di divieti politici, anche se in parte è un’eredità del periodo sovietico, ma per amore della tranquillità e del fare le rivoluzioni solo e soltanto quando servono. Questo si rispecchia anche nella vita di tutti i giorni: in una discussione dove un italiano si mette a sbandierare tutte le sue idee anche senza essere interrogato, dando vita a un litigio, un russo dice una parola di meno se non considera veramente necessario cominciare a litigare, se sa che questo litigare non cambierà nulla. E per ultimo ancora, la Russia è un paese dove storicamente all’individualità non viene riconosciuto il posto privilegiato che le viene riconosciuto in Occidente, dove al contrario il bene comune viene considerato un valore molto più alto, ed è anche in nome di questo bene comune che, nell’ignoranza, e non essendo il popolo russo culturalmente pronto ad accettare l’omosessualità come la si può vivere adesso in Spagna, per esempio, anche in nome di questo bene comune vengono adottate delle misure che rallentano il processo di Occidentalizzazione.
E non uso a caso, nella frase precedente, la parola “anche”. Infatti non è solo questo. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica la Russia, che per settant’anni si è identificata nella macchina “comunismo”, ha perso le proprie coordinate, e le sta ritrovando. Un forte punto di riferimento per molte di quelle famiglie che erano state private del diritto alla religione durante il periodo sovietico è la Chiesa Ortodossa, che ha acquisito ultimamente un forte potere e influisce sulle decisioni dello Stato più o meno come il nostro Vaticano. Possiamo anche pensare che questo non sia giusto, ma è un fatto, ed ha le sue ragioni di esistere. Inoltre, nel ritrovare le sue coordinate e nel definire la propria identità, dopo che la babele che l’URSS aveva unito si è disgregata, dando vita a crisi economiche e movimenti migratori che alimentano l’odio tra popoli che una volta si erano considerati fratelli, in Russia si è rinforzata la tendenza, presso la generazione al governo, a rifiutare alcuni valori “occidentali” e a ridefinire la Russia secondo schemi culturali che la assimilano alla Rus’,la Russia più antica e costituita etnicamente dai russi, non dai cittadini russi, che in russo si chiamano rossiskie. Questa tendenza che potremmo definire neoslavofila, ispirandoci al grande dibattito tra slavofili e occidentalisti che ha attraversato il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, guarda con sospetto alle innovazioni culturali e sociali dell’Occidente e sicuramente non per motivi che sono connessi con il loro significato referenziale, ma molto probabilmente per motivi che sono legati al modo in cui queste innovazioni vengono connotate.
In parole povere: se in Europa non si pubblicizzasse così tanto la libertà e il diritto di esprimere determinate cose che in Russia non si esprimevano fino a vent’anni fa, e se l’Europa non provasse continuamente a intromettersi, forse la Russia sarebbe un po’ meno rigida. Mi sembra che la Russia non abbia voglia di accettare dei cambiamenti per imitare l’Occidente al quale non ama ispirarsi, ma che lo farebbe a suo tempo, quando i tempi sono maturi, come ha fatto tante altre cose, a volte precedendolo addirittura.
Non a caso, dicevo, riguardo all’omosessualità viene usata la parola “propaganda”. In questo momento storico di ridefinizione dell’identità, marciare in un gay pride sembra un gesto marcato dalla volontà di lasciare l’Occidente intromettersi nei fatti locali, di globalizzare il locale nel senso negativo, cioè uniformandolo. E per quanto sia d’accordo che il gay pride è una manifestazione piuttosto che una propaganda, è pur vero che l’omosessualità in Russia mi sembra prendere delle forme politiche che in Europa non assume, proprio perché l’Europa non ha bisogno di ridefinirsi politicamente anche attraverso una conservazione dei valori tradizionali associati al genere. Mi sembra, spesso, che in Russia l’omosessualità diventi una propaganda davvero, più che un normale atteggiamento privato, una preferenza naturale: frequenti feste omosessuali se sei trasgressivo, leggi giornali omosessuali se sei all’opposizione, se vuoi mostrarti all’opposizione. Forse mi sbaglio anche, ma a me sembra che l’omosessualità in Russia non sia solo l’omosessualità, ma uno dei nomi che si dà all’opposizione.
Allora cosa fare? Stare zitti in generale su questioni che trascendono, secondo noi, i confini di Stato, come i diritti umani? Magari no. Anche se io, personalmente, non interverrei così, dove non è necessario: lo stesso Medvedev alla vigilia delle Olimpiadi ha dichiarato che il problema delle leggi anti-gay è inventato. Gli stessi russi che conosco dicono che è una legge inventata per coprire altri problemi, perché di fatto, e questo sia per motivi demografici che di discrezione insita nella cultura russa, non ci sono omosessuali che si baciano per strada o che fanno propaganda ai bambini regalando loro caramelle gay.
Ma se non bisogna stare zitti, allora, ci sono tanti modi per intervenire. Farsi arrestare quasi deliberatamente, perché se ti presenti a Sochi con una bandiera arcobaleno te la cerchi (e non sarebbe successo niente a Mosca, molto probabilmente, dove la cosa non sarebbe stata vista come una provocazione bella e buona), è solo un modo per far parlare di sé, far perdere tempo al Ministero degli Affari Esteri e far credere all’Europa ignorante che la Russia sia un paese dove davvero non si può nemmeno girare per strada vestiti come si vuole o dicendo quello in cui si crede: e non è così – ho una bocca grande quanto una portaerei e vivo in Russia da un anno e mezzo senza problemi. Si può invece, discretamente, alla russa, e senza farsi tanta pubblicità, parlare con un conoscente davanti ad una birra e spiegargli che la sua convinzione che l’omosessualità sia una malattia è sbagliata, perché così e così e così. Si può andare e parlare con la gente, mostrare interesse per la cultura locale senza partire prevenuti alla faccia di Putin, che non rappresenta tutte le persone diverse che popolano un paese bellissimo.
Anche se pare che la notizia non abbia fatto il boom (e ci credo bene), Gazeta.ru, a dimostrazione che in Russia se ne può parlare, ha pubblicato la notizia. Riporto qui un estratto e lo traduco:
Итальянские ЛГБТ-активисты проинформировали о произошедшем главу МИД страны Эмму Бонино, которая заверила, что уже сообщила об инциденте в консульство Италии в России, а также выразила озабоченность российскому МИДу. По словам активистов, полиция действовала жестко и «никто не говорит по-английски».
Gli attivisti italiani di LGBT hanno informato dell’accaduto il ministro degli Affari Esteri Emma Bonino, che ha assicurato di aver comunicato l’incidente al consolato dell’Italia in Russia, e che ha manifestato il suo interessamento sulla questione al ministero degli Esteri russo. Secondo le parole degli attivisti, la polizia ha agito in modo aggressivo e “nessuno parlava in inglese”.
Secondo voi perché questo fatto che nessuno parlava in inglese è tra virgolette?
Luxuria, o chiunque ci abbia tenuto a precisare questo disagio linguistico: siete in Russia. Nemmeno in Italia, ne sono sicurissima, tutti gli esponenti delle forze dell’ordine parlano in inglese. Dovrebbero? Magari sì, perché è una lingua internazionale ormai, ma è pur vero che non è la lingua ufficiale del paese in cui sei arrivata. Quindi, fatemi capire: arrivi in Russia con una bandiera arcobaleno alla faccia del suo Presidente, fai una cosa che è stata dichiarata contro la legge e lo sanno pure i muri, ti fai arrestare e non sai manco il russo. Non giustifico l’atteggiamento brusco dei poliziotti, ma mi immagino te che provi a parlargli in inglese e loro che non ti capiscono e che sono anche un po’ irritati dal fatto che arrivi fresca fresca dal tuo Occidente, con la tua bandiera gay, e senza nemmeno essere in grado di spiegare nella loro lingua perché hai infranto le loro leggi. Ma stiamo scherzando? In un paese che sta ridefinendo la propria identità, tra le altre cose, attraverso l’amore per la velikij, moguchij russkij jazyk (la grande, potente lingua russa), tu ti presenti e pretendi che ti capiscano in inglese? E perché? Agli italiani nazionalisti non dà fastidio che nessuno sappia l’italiano?
Esiste un modo per avere in grazia i russi: parlare in russo. E’ un segnale che mostra che, per quanto le tue opinioni possano essere diverse, hai rispetto per la cultura locale e per l’orgoglio nazionale di qualcun altro. E’ un biglietto da visita che dice che puoi essere una di loro, anche se non hai le stesse origini e le stesse idee.
Non facciamo passare Luxuria per un’eroina. Facciamo troppi martiri senza scopo, con il nostro modo di sventolare l’Occidente come se fosse scontato. Ci sono paesi dove non ci si può baciare in pubblico per legge e se lo fai ti arrestano: in quei paesi se baci il tuo ragazzo, lo fai sapendo cosa rischi. Non è eroismo, non è ribellione, specie se lo fa uno straniero: è far passare per eroismo la sfacciataggine, quando l’eroismo si può praticare anche in modi più discreti e con la consapevolezza del fatto che il mondo non è tutto uguale e che in posti diversi ci sono diverse leggi e diversi modi di percepire diversi comportamenti.
 
Postilla: ho partecipato in questi giorni ad un sondaggio molto interessante che cercava di capire le opinioni dei giovani che vivono in Russia in materia di politiche familiari e di occidentalizzazione. Ho imparato tante cose su questo paese e ho avuto l’occasione di dire la mia lasciando una lettera alla fine del test in cui mi lamentavo del modo in cui erano poste le domande. Ve ne parlerò.

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