Il Giardino delle Amarene

Questo è un biglietto del teatro. Ma non di un teatro qualsiasi. Questo è il biglietto per entrare al MKHAT.

Il MKHAT (Moskovskij Khudozhestvennyj Teatr – Teatro d’Arte di Mosca), e nella fattispecie questo qui, imeni Chekhova, è il teatro fondato da Stanislavskij e Nemirovich-Danchenko negli anni ’20, dopo una leggendaria notte insonne fuori città a parlare di teatro e di pedagogia del teatro. Insomma, il MKHAT non è solo il teatro fondato da questi due, ma è un pezzo grandissimo della storia del teatro di regia, oltre che un pezzo grandissimo della storia della pedagogia attoriale come la intendiamo oggi, che prevede lo studio consapevole del corpo e delle emozioni. Voglio dire, il MKHAT non è un teatro, un teatro-studio qualsiasi. Il MKHAT non è solo un’importante accademia di arti performative a Mosca. Il MKHAT è.
E questo non è solo un biglietto per entrare al MKHAT. Questo è un biglietto per entrare al MKHAT a vedere Il Giardino dei Ciliegi, che in realtà in russo si intitola Il Giardino delle Amarene (vishnja in russo è l’amarena, mentre chereshnja è la ciliegia – io poi non ho mai capito per quale motivo in italiano abbiano tradotto “dei ciliegi”: forse che nella mappa mentale del mondo italiana il giardino dei ciliegi è più riconoscibile di quello delle amarene? Non è comunque un campo di cipolle o di pomodori sanmarzano, né una vigna o una piantagione di mele).

Il Giardino dei Ciliegi, opera di Chekhov, non è un semplice spettacolo. No, è uno dei tanti spettacoli che Chekhov aveva scritto chiamandoli “commedie”, e che Stanislavskij continuava a mettere in scena come “tragedie”. E a tutti quelli che rileggono Chekhov sembra che il ritmo stesso del testo, aldilà degli elementi comici, sia drammatico. Eppure Chekhov non era mai contento, e io vorrei che fosse vivo per spiegarmi come avrebbe messo in scena lui i suoi spettacoli per farli sembrare “commedie”. Il giardino dei ciliegi è lo spettacolo nel quale Stanislavskij ha riempito i silenzi con uccellini e grilli, uccellini e grilli che Chekhov non aveva messo nel copione e del quale si lamentava, anche se poi, tra una cosa e l’altra, si metteva a pretendere che a Lopakhin si facessero indossare delle scarpe gialle. E in questo Giardino dei Ciliegi c’erano tutti gli uccelli e i grilli, e se non ho visto male anche le scarpe gialle. Però, una gioia per gli occhi, non c’era tutto quell’arredamento tipico della prima fase di Stanislavskij, e ti potevi godere la presenza degli attori e delle loro azioni, o meglio, delle loro parole-azioni sul fondo nero del palco e gli effetti di luce sullo sfondo.

In più, questo era il Giardino dei Ciliegi  con Renata Litvinova nel ruolo di Ljubov’ Andreevna. Una cosa che io, che ho conosciuto Retata Litvinova con il film Devushka, Nebo, Samolet (Una ragazza, il cielo, un aeroplano), desideravo vedere come non ho mai desiderato di vedere nulla. Cioè io, arrivando a quel teatro, ho capito cosa deve provare la gente che rimane in mutande per andare a vedere Vasco, per esempio. Mi batteva il cuore forte forte come se stessi andando dall’innamorato. Mi sono seduta, e quando è arrivato Lopakhin ho cominciato a sussurrare il suo nome felicissima di averlo riconosciuto, come se fosse un mio vecchio amico, e mentre gli attori si distribuivano sulla scena passeggiando nei loro costumi anni ’20 sul palco rotante (e io pensavo: ah! Reinhardt!), a me è venuta la pelle d’oca sulle braccia e poi quando ho sentito gli uccellini che Chekhov non voleva ho pensato: tò! li hanno tenuti!, e insomma, è stato un piacevole delirio.

Specialmente, poi, passare del tempo con la persona con cui ci sono andata a chiacchierare e a commentare quello che avevamo visto. Una cosa così bella e che mi mancava e che avevo desiderato così tanto, che dopo lo spettacolo, alle 4 del mattino, mi sono svegliata per l’entusiasmo e non riuscivo a riprendere sonno.

P.S. Le cose che so delle messe in scena di Stanislavskij delle opere di Chekhov le so grazie a un bel libro di Angelo Maria Ripellino, Il Trucco e l’Anima.

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