Il Giardino delle Amarene e una postilla woolfiana

2013-10-21 22.59.48
Questo è un biglietto del teatro. Ma non di un teatro qualsiasi. Questo è il biglietto per entrare al MHAT.
Il MHAT (Moskovskij Hudozhestvennyj Teatr – Teatro d’Arte di Mosca), e nella fattispecie questo qui, imeni Cehova, è il teatro fondato da Stanislavskij e Nemirovich-Danchenko negli anni ’20, dopo una leggendaria notte insonne fuori città a parlare di teatro e di pedagogia del teatro. Insomma, il MHAT non è solo il teatro fondato da questi due, ma è un pezzo grandissimo della storia del teatro di regia, oltre che un pezzo grandissimo della storia della pedagogia attoriale come la intendiamo oggi, che prevede lo studio consapevole del corpo e delle emozioni. Voglio dire, il MHAT non è un teatro, un teatro-studio qualsiasi. Il MHAT non è solo un’importante accademia di arti performative a Mosca. Il MHAT è.
E questo non è solo un biglietto per entrare al MHAT. Questo è un biglietto per entrare al MHAT a vedere Il Giardino dei Ciliegi, che in realtà in russo si intitola Il Giardino delle Amarene (vishnja in russo è l’amarena, mentre chereshnja è la ciliegia – io poi non ho mai capito per quale motivo in italiano abbiano tradotto “dei ciliegi”: forse che nella mappa mentale del mondo italiana il giardino dei ciliegi è più riconoscibile di quello delle amarene? Non è comunque un campo di cipolle o di pomodori sanmarzano, né una vigna o una piantagione di mele).
Il Giardino dei Ciliegi, opera di Cehov, non è un semplice spettacolo. No, è uno dei tanti spettacoli che Cehov aveva scritto chiamandoli “commedie”, e che Stanislavskij continuava a mettere in scena come “tragedie”. E a tutti quelli che rileggono Cehov sembra che il ritmo stesso del testo, aldilà degli elementi comici, sia drammatico. Eppure Cehov non era mai contento, e io vorrei che fosse vivo per spiegarmi come avrebbe messo in scena lui i suoi spettacoli per farli sembrare “commedie”. Il giardino dei ciliegi è lo spettacolo nel quale Stanislavskij ha riempito i silenzi con uccellini e grilli, uccellini e grilli che Cehov non aveva messo nel copione e del quale si lamentava, anche se poi, tra una cosa e l’altra, si metteva a pretendere che a Lopahin si facessero indossare delle scarpe gialle. E in questo Giardino dei Ciliegi c’erano tutti gli uccelli e i grilli, e se non ho visto male anche le scarpe gialle. Però, una gioia per gli occhi, non c’era tutto quell’arredamento tipico della prima fase di Stanislavskij, e ti potevi godere la presenza degli attori e delle loro azioni, o meglio, delle loro parole-azioni sul fondo nero del palco e gli effetti di luce sullo sfondo.
In più, questo era il Giardino dei Ciliegi  con Renata Litvinova nel ruolo di Ljubov’ Andreevna. Una cosa che io, che ho conosciuto Retata Litvinova con il film Devushka, Nebo, Samolet (Una ragazza, il cielo, un aeroplano), desideravo vedere come non ho mai desiderato di vedere nulla. Cioè io, arrivando a quel teatro, ho capito cosa deve provare la gente che rimane in mutande per andare a vedere Vasco, per esempio. Mi batteva il cuore forte forte come se stessi andando dall’innamorato. Mi sono seduta, e quando è arrivato Lopahin ho cominciato a sussurrare il suo nome felicissima di averlo riconosciuto, come se fosse un mio vecchio amico, e mentre gli attori si distribuivano sulla scena passeggiando nei loro costumi anni ’20 sul palco rotante (e io pensavo: ah! Reinhardt!), a me è venuta la pelle d’oca sulle braccia e poi quando ho sentito gli uccellini che Cehov non voleva ho pensato: tò! li hanno tenuti!, e insomma, è stato un piacevole delirio.
Specialmente, poi, passare del tempo con la persona con cui ci sono andata a chiacchierare e a commentare quello che avevamo visto. Una cosa così bella e che mi mancava e che avevo desiderato così tanto, che dopo lo spettacolo, alle 4 del mattino, mi sono svegliata per l’entusiasmo e non riuscivo a riprendere sonno.
Questo post ha una postilla.
Ed è questa.
Un mio nuovo amico si è tradotto tutto il mio blog con Google ed è rimasto scioccato dal fatto che io parli in continuazione dei rapporti tra uomo e donna e si è domandato: “ma allora, forse, bisogna davvero preoccuparsi di queste cose?” Poi, è rimasto scioccato dalle parolacce, che Google traduce con un gusto suo tutto particolare e che hanno in russo un valore diverso rispetto all’italiano, per cui in russo suonano come cose abominevoli da non ripetere mai e in italiano semplicemente come parole molto dirette e che non fanno complimenti; ma questo lo racconto un’altra volta.
Quanto ai rapporti tra uomo e donna, penso ancora che bisogna preoccuparsene, che bisogna pensarci. Non sempre, eh. Bisogna anche vivere come ci viene. Però penso ancora che sia importante non dare per scontate tante cose, comunicare e, soprattutto, superare tanti cliché, sia positivi che negativi. Bisogna imparare dalle persone e lasciare che ci insegnino la loro differenza. Penso ancora che in molti luoghi, e con luogo non intendo solo una dimensione geografica, ci siano troppi “non detti” che falsificano i rapporti e strutture di pensiero che fanno dei rapporti una recita su un canovaccio prestabilito e non la creazione spontanea di un’opera nata dall’improvvisazione.
Io le penso queste cose, e penso di aver dedicato tanto di quel tempo a scriverne, che adesso potrei, avendo il tempo, dedicarmi a raccoglierle e ad aggiustarle dando loro un perché, se un perché c’è. Ma qui io non voglio parlare solo di maschi e di femmine, qui io voglio parlare di una cosa più grande e più varia. E sì, sono una ragazza che scrive, e tutto ha la prospettiva di una ragazza, con il suo bagaglio di pregiudizi che si porta dentro o che le sono stati attaccati addosso tipo bollini delle banane. Da questo non si fugge. La prospettiva di un uomo nessuno la nota mai, nella scrittura. Per qualche motivo la prospettiva di una donna risalta sempre, come se dicesse qualcosa di nuovo, o magari qualcosa a cui gli altri non avevano ancora pensato, o che non avevano ancora pensato che si potesse davvero dire. Ho usato la parola “sempre”; ecco, non sempre, ma comunque, a seconda degli argomenti, a me sembra spesso. Non ho ancora letto Una Stanza Tutta per Sé di Virginia Woolf, se no vi saprei dire.
Per questo io mi sono presa un impegno con me stessa, che, assodato che non lo cambio il mondo e a furia di parlare di certe cose ti intossichi, ci sono in realtà un mare di altre cose delle quali mi piace parlare, e dedicherò più spazio a quelle, e lascerò che mi accadano meno spesso quelle cose che mi mettono in condizione di voler ancora discutere del come e del perché le donne fanno così e gli uomini colì. Perché poi pure io, oltre ad essere due mani che digitano, da qualche parte fuori dal testo sono una persona con un’altra vita, e me la devo vivere, e stare tranquilla, ché aldilà di come siano su scala mondiale questi rapporti tra i sessi, finché io me ne vado serena a teatro, o a passeggiare, o alla ricerca di un lavoro, nelle mie piccole avventure quotidiane nel mio e in un altro paese, andrà tutto bene. Perché almeno sono nata in una zona del mondo dove le donne hanno tutti i diritti sulla carta, anche se poi negli affari di cuore, troppo spesso li perdono.
E l’ho fatto. Ne ho parlato ancora e a lungo. Vi prometto di raccontarvi di telefonate dostoevskijane, gente che è andata a vedere Albano e Jasnaja Poljana. Perché la vita è bella, finché ce l’abbiamo.
 
Postpostilla:
le cose che so delle messe in scena di Stanislavskij delle opere di Cehov le so grazie a un bel libro di Angelo Maria Ripellino, Il Trucco e l’Anima.

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